Anamnesi di un’esposizione: il silenzio come sintomo
a cura di Genealogie del Futuro
Pratiche di intossicazione volontaria
di Imma Egizio
Veleno. Una questione di dose
di Cecilia Lattari
La mia lingua, mescolanza
di Carlotta Rodighiero
Sangue Celeste
di Carolina Iacucci
Silphion
di Emma Dotti e Federica Mariani
My Man
di Gaia Michela Russo
La Scogliera del Sacco
di Francesca Baglieri
EXSARNO
di Cecilia Scarfò
Ricordati che questa è la prima volta che vivi
di Viola Morini
Nel mio ventre un vaso di plastica.
Visualizzare la sesta estinzione di massa attraverso la necroscopia marina
di Angela Balzano e Luca Seguenza
Prolifera, poi prolifera ancora
di Nicolas Pezzotta
Fonti
per approfondire
Per parlare di veleno è necessario fare riferimento all’ambiguità: la sua tossicità è una questione di dose. Paracelso (1493–1541), padre della medicina moderna, enunciò quest’idea fondamentale: «Tutto è veleno: nulla esiste di non velenoso; solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto»1. Il territorio di confine in cui ci portano le sostanze velenose attinge all’immaginario fiabesco che custodisce il perturbante, l’unheimlich, definito da Sigmund Freud come «quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare»2. Addentrandosi nello studio del termine, lo psicanalista evidenzia come ciò che suscita il perturbante non sia nettamente definibile e, ripercorrendone contraddizioni e ambivalenze attraverso evoluzioni linguistiche ed episodi sensoriali, riporta una definizione data dai fratelli Grimm nel dizionario della lingua tedesca, dove l’unheimlich spettrale arriva a coincidere con il suo contrario – heimlich: qualcosa di amichevole, che non suscita paura. Cosa c’è di più simile a questo, se non un veleno, che può essere sia cura sia annientamento? Entra nel corpo e da lì ne altera il destino. In effetti, il termine greco pharmakon indica indifferentemente “farmaco” e “veleno”: ciò che può guarire può anche uccidere.
Tornando al fiabesco, è impossibile non pensare alla fiaba di Biancaneve, la fanciulla che va incontro a una morte apparente dopo aver addentato la mela avvelenata, di cui la versione dei fratelli Grimm del 1812 è la più nota3. La ricercatrice Gina Dittmeier ne propone una lettura radicale: Biancaneve è sia la fanciulla perseguitata dalla regina, sia una figura attraversata da una propria potenza magica. La strega, scrive Dittmeier, «può essere un simbolo positivo di una donna dotata di agency. Se guardiamo con attenzione, possiamo vedere indizi che ci mostrano Biancaneve non soltanto come una strega, ma come chi sta usando il proprio potere per portare avanti la sua storia»4. Da questa prospettiva, il rapporto di Biancaneve con il veleno cambia di segno: il suo corpo non subisce semplicemente l’effetto della sostanza venefica ma è, in realtà, capace di attraversare la morte, conservarsi intatto e tornare alla vita grazie al composto stesso. Il veleno agisce come prova iniziatica a favore della rivelazione della natura di Biancaneve: non fanciulla pura di disneyana memoria, ma vera e propria strega. E il modo più evidente in cui manifesta il proprio potere è la sopravvivenza all’avvelenamento: la regina procede infatti per ripetuti tentativi, nei quali il veleno è sempre più presente, fino a che, trasformata in Crona5, ovvero in Anziana, le chiederà: «Non dovete temere, taglierò a metà la mela e ne mangerò io stessa, e a voi darò la guancia più bella!»6. La mela, così come il corpo di Biancaneve e quello della regina, è duplice. Qui il perturbante fiabesco si disvela: la mela avvelenata porta il segno di una doppia direzione futura – avvelenerà Biancaneve, sottraendola alla vita ordinaria e allo stesso tempo consegnandola a ciò che diverrà.
Nel film The Substance (2024) di Coralie Fargeat ritroviamo il tema del doppio, seguendo una sostanza tossica e salvifica, almeno in apparenza, venduta come un kit di medicina estetica. Elisabeth Sparkle, ex star televisiva allontanata dal mondo dello spettacolo poiché il suo corpo non coincide più con l’ideale mediatico di giovinezza, accetta di iniettarsi una soluzione miracolosa capace di generare una versione più giovane e desiderabile di sé: Sue. Come in Biancaneve, il veleno agisce sul corpo femminile, in questo caso a partire dal desiderio di bellezza eterna e, come la mela, è divisa in due, così il contenuto della fiala porterà a una scissione della stessa Elisabeth: una parte resta dormiente, mentre l’altra vive.
La vecchia strega si trasforma in un criptico e anonimo protocollo medico, mentre la bara di cristallo che custodisce Biancaneve avvelenata trova un’eco nel corpo dormiente di Elisabeth, costretto all’attesa mentre Sue occupa la scena. La tossicità pone una questione a chi guarda: è tossica la sostanza che Elisabeth decide di iniettarsi oppure è tossico il sistema di sguardi, incarnato da Harvey – il produttore televisivo simbolo del male-gaze – e con lui l’intero regime visivo rivolto al corpo femminile, capace prima di desiderare Sue e poi di voler distruggere ElisaSue quando la promessa di bellezza si rovescia in mostruosità?
Qui il film incontra il concetto di “mostruoso femminile” elaborato dalla studiosa di teoria cinematografica femminista Barbara Creed. Nell’horror, il corpo femminile diventa spesso il luogo in cui si concentrano paura, abiezione, sessualità, materia, riproduzione e perdita dei confini. Creed mostra come la cultura patriarcale costruisca il femminile mostruoso a partire proprio da ciò che del corpo della donna eccede il controllo e disturba l’ordine dello sguardo. ElisaSue nasce dentro questa logica: è il corpo prodotto dal mito della perfezione e, allo stesso tempo, il corpo che ne rivela l’orrore. Il pubblico, che prima ha consumato Elisabeth e desiderato Sue, tenta infine di eliminare ElisaSue, come se potesse cancellare il mostro senza riconoscere il sistema che lo ha generato.
Una lettura strutturalista e semiotica di The Substance7 costruisce il mito della giovinezza e della bellezza attraverso opposizioni quali giovane/vecchia, naturale/artificiale, controllo del corpo femminile/autonomia, mostrando come il corpo di Elisabeth venga progressivamente inscritto dentro una logica di controllo e consumo. Secondo questo punto di vista, il mostruoso emerge dal cuore stesso di quello che avrebbe dovuto essere l’antidoto. ElisaSue è la verità finale di quella ingannevole soluzione: il corpo femminile trasformato in merce, poi in scarto, infine in mostro8.
Midsommar (2019) di Ari Aster offre un’ulteriore riflessione sulle capacità trasformative, individuali e collettive, che la giusta quantità di veleno può generare. Il film racconta la storia di Dani, una giovane donna segnata da un lutto familiare devastante e da una relazione sentimentale ormai svuotata, che parte con il fidanzato Christian e un gruppo di amici per raggiungere una comunità rurale svedese, gli Hårga, durante le celebrazioni del solstizio d’estate. Quello che inizialmente appare un viaggio di ricerca antropologica dentro un rito luminoso si trasforma progressivamente in un’esperienza allucinatoria e profondamente trasformativa. Le sostanze ingerite aprono chi le assume a un sistema di affetti condivisi, familiari e, allo stesso tempo, non familiari: le pozioni degli Hårga sono forme rituali del pharmakon. Sandra Huber, studiosa di media e antropologia, parla di sostanze enteogene: generalmente di origine vegetale, vengono ingerite per produrre stati non ordinari di coscienza in contesti religiosi o spirituali. In Midsommar i funghi psilocibinici aprono il viaggio percettivo di chi visita il villaggio; Dani beve una pozione con fiori gialli prima della danza intorno al palo di maggio, così come Christian prima di un rituale sessuale. Le sostanze modificano la percezione per favorire disponibilità al rito e per stimolare un senso di appartenenza: il veleno diventa una forma di relazione9. Dani arriva nel villaggio con un dolore impronunciabile, che diventerà evento pubblico grazie alla ritualizzazione collettiva che lo moltiplica, lo vocalizza, allo stesso modo in cui le banshee della tradizione celtica piangono in maniera terribile di fronte alla morte. Trova finalmente una comunità capace di vederla, con tutta la sua sofferenza; la visione avviene però all’interno di un rito che richiede sacrificio per mezzo della perdita dei confini individuali. Il finale rende visibile questa ambivalenza. Dani, incoronata Regina di Maggio, quasi scompare sotto l’abito di fiori: il suo corpo si espande, diventa immagine rituale. Lei piange e ride: la sua trasformazione è insieme guarigione e distruzione.
Tale catarsi nell’esperienza collettiva assume derive soprannaturali e atmosferiche nel film Picnic at Hanging Rock (1975) di Peter Weir, dove il veleno, pur conservando l’idea di un avvelenamento in grado di rompere le convenzioni sociali, diventa paesaggio: non è visibile, è esperienza diffusa e misteriosa, sconosciuta, coincidente con il richiamo stesso della natura. Nel giorno di San Valentino del 1900, un gruppo di studentesse dell’Appleyard College parte per una gita ad Hanging Rock, luogo mistico composto dalla roccia e dai prati che la circondano. Qui le giovani allieve vengono toccate da una forza ctonia, capace di assorbirle per sempre o di restituirle alla vita trasformate.
La sostanza straniante si manifesta nella luce, nel calore, nella roccia, nel bianco degli abiti, nel silenzio del meriggio. La tossicità agisce come esposizione totale al luogo: le ragazze entrano nel paesaggio e il paesaggio le trasforma, sciogliendo le forme dell’educazione. «Sul luogo, prima si spogliano dei modi della scuola, perdendo compostezza e garbo, e poi dei vestiti, abbandonando scarpe, guanti e calze: si muovono sulla roccia a piedi nudi; ormai sono parte del territorio. È la roccia a decidere per loro, ed è la sola a sapere cosa è accaduto»10. Il corpo femminile, educato alla compostezza vittoriana, ritrova il contatto diretto con la terra, con una dimensione più antica e selvaggia, libera dalle costrizioni identitarie rappresentate dall’Appleyard College, nelle quali la femminilità è intrappolata. In opposizione, Hanging Rock si manifesta come uno spazio rivoluzionario il cui sacro nasce dall’attrazione verso la roccia viva, magnetica, che dispensa le ragazze dai modi richiesti dall’educazione sociale dell’epoca e le conduce verso una trasformazione radicale, dentro una natura che le reclama a gran voce, perché similmente indomite. Ciò che salva le ragazze dalla forma che le imprigiona, le consegna a un mistero da cui il mondo ordinario resta escluso.
1 Paracelso, Die dritte Defension wegen des Schreibens der neuen Rezepte, in Septem Defensiones, in Werke, Vol. 2, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt, 1965, p. 509. [Traduzione dell’Autrice]
2 Sigmund Freud, Il perturbante, in Opere, Vol. 9, L’Io e l’Es e altri scritti (1917-1923), Bollati Boringhieri, Torino, 1977, p. 82.
3 Biancaneve ha molte declinazioni folkloriche, sebbene tutte le varianti condividano tratti fondamentali: la bellezza pura della fanciulla, la regina gelosa, il rifugio dai pericoli, e infine il sonno mortale del veleno e il risveglio a nuova vita.
4 Gina Dittmeier, Feminism and Magic in Snow White, in «Hollins Digital Commons – Francelia Butler Conference», 2021, p. 1. [T.d.A.]
5 Termine che riprende l’inglese crone, associato al volto anziano della strega, e risignificato nei contesti neopagani contemporanei come figura saggia e potente.
6 Jacob e Wilhelm Grimm, Biancaneve, in Tutte le fiabe, prima edizione integrale 1812-1815, Donzelli, Roma, 2015, p. 241.
7 Per approfondire: Gamze Cılızoğlu, Z. Benan Dondurucu, Aysel Çetinkaya, The Construction of the Myth of Youth and Beauty in Cinema: A Structuralist and Semiotic Analysis of the Film Substance, in «The Turkish Online Journal of Design, Art and Communication», Vol. 15, n. 4, ottobre 2025, pp. 1640-1655.
8 Per approfondire: Barbara Creed, The Monstrous-Feminine: Film, Feminism, Psychoanalysis, Routledge, Londra, 1993, pp. 1-7.
9 Per approfondire: Sandra Huber, Blood and Tears and Potions and Flame: Excesses of Transformation in Ari Aster’s Midsommar, in Magical Women, Witches, Healers, in «Frames Cinema Journal», n. 16, inverno 2019.
10 Ilaria Franciotti, Marika Paracchini, Not in my movie. Il cinema dell’orrore visto attraverso gli occhi delle sue protagoniste, Ledizioni, Milano, 2025, p. 51.
Cecilia Lattari (Pistoia, 1979) è attrice e autrice, e si occupa di formazione teatrale. Co-fondatrice di Meduse Collettivo Artistico, è curatrice artistica di Ostinata Festival, dedicato all’arte accessibile. Collabora con White Star/Vivida Books su progetti legati a tarocchi e visioni. È attrice per Teatro del Torgicollo. Ha ideato e condotto Veleno su Fango Radio, dedicato alle piante velenose, e cura Bosco Buio, podcast su fiaba e perturbante. Ama i film horror e scrive di cinema su Substack
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