Anamnesi di un’esposizione: il silenzio come sintomo
a cura di Genealogie del Futuro
Pratiche di intossicazione volontaria
di Imma Egizio
Veleno. Una questione di dose
di Cecilia Lattari
La mia lingua, mescolanza
di Carlotta Rodighiero
Sangue Celeste
di Carolina Iacucci
Silphion
di Emma Dotti e Federica Mariani
My Man
di Gaia Michela Russo
La Scogliera del Sacco
di Francesca Baglieri
EXSARNO
di Cecilia Scarfò
Ricordati che questa è la prima volta che vivi
di Viola Morini
Nel mio ventre un vaso di plastica.
Visualizzare la sesta estinzione di massa attraverso la necroscopia marina
di Angela Balzano e Luca Seguenza
Prolifera, poi prolifera ancora
di Nicolas Pezzotta
Fonti
per approfondire
La scogliera del Sacco
di Francesca Baglieri
Le fotografie di Francesca Baglieri mostrano il tratto costiero del quartiere palermitano di “Settecannoli”, tra il molo di Sant’Erasmo e la spiaggia di Romagnolo. È La scogliera del Sacco – così il titolo del progetto – che appare come una rimanenza e una secrezione geo-antropica del Sacco di Palermo: quel fenomeno di sfrenata speculazione edilizia che, tra gli anni Cinquanta e Settanta, ha stravolto la memoria urbana della città, dissolvendola nel futuro grigio e uguale del cemento armato. Oggi i residui dell’abuso sono inscritti nel calcare e nel granito degli scogli: anemoni di plastica, pezzi di qualcosa, mattonelle decorate, frammenti di gommapiuma, fusi con la roccia, diventano inscrizioni e segni di un ambiente ormai invivibile e sospeso, dove le scorie tossiche della Prima Repubblica diventano i fossili di un futuro che è già qui, pietrificato a un ritmo più profondo di quello della storia umana. Le immagini immortalano le faglie di questa geologia ctonia del capitale, mineralizzata in un paesaggio dallo strano lirismo, come fosse una teca senza pareti in cui non si può più vivere, ma che si può solo vedere in un’inquieta contemplazione.
Francesca Baglieri (Modica, 1997) è un’artista cresciuta tra le campagne di Modica e formatasi all’Accademia di Belle Arti di Palermo. Il suo lavoro è il risultato di studi all’interno dell’antropologia alimentare e azioni quotidiane, punti di partenza per una pratica che si realizza attraverso una ricerca di materiali capaci di raccontare una storia. Le opere divengono così mezzi per parlare di temporalità presente e di modalità comportamentali, di cui l’umano si è sempre servitə. Ha esposto, tra le altre, a La Siringe con la mostra dal titolo Redux e curata da Alessandro Pinto, da Estudio Ritiro (Siviglia) con la personale Buono o cattivo, l’importante è la pancia piena e nel 2024 ha vinto il Premio Nuovo Gran Tour promosso dal MiC. Vive e lavora a Palermo dove è Co-Fondatrice di )( artist run space.
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