Anamnesi di un’esposizione: il silenzio come sintomo

a cura di Genealogie del Futuro 

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Pratiche di intossicazione volontaria 

di Imma Egizio

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Veleno. Una questione di dose

di Cecilia Lattari

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La mia lingua, mescolanza

di Carlotta Rodighiero

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Sangue Celeste

di Carolina Iacucci

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Silphion

di Emma Dotti e Federica Mariani

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My Man

di Gaia Michela Russo

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La Scogliera del Sacco

di Francesca Baglieri

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EXSARNO

di Cecilia Scarfò

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Ricordati che questa è la prima volta che vivi

di Viola Morini

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Nel mio ventre un vaso di plastica. 

Visualizzare la sesta estinzione di massa attraverso la necroscopia marina

di Angela Balzano e Luca Seguenza

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Prolifera, poi prolifera ancora

di Nicolas Pezzotta

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Fonti

per approfondire

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La mia lingua, mescolanza

di Carlotta Rodighiero

Ci troviamo oggi immersə in un’atmosfera che pervade e condiziona qualunque aspetto della vita, «che agisce come una specie di barriera invisibile che limita tanto il pensiero quanto l’azione»1 e partecipiamo assuefattə al trionfo dell’ontologia capitalista. Il filosofo Mark Fisher usa il termine «realismo capitalista»2 per descrivere la sensazione che l’attuale sistema economico non sia solo l’unico possibile, ma che sia impossibile immaginare un’alternativa. Come il monossido di carbonio – inodore, incolore e insapore – si lega all’emoglobina, questa condizione si diffonde nell’aria e attraversa il nostro corpo. Il corpo è infatti, secondo il filosofo spagnolo Paul B. Preciado, il luogo privilegiato dove, attraverso la comunicazione e le forme di commercio tipiche del capitalismo, si realizza il controllo politico. In questo saggio la condizione di saturazione e di tossicità permanente verrà chiamata «toxosfera»3. Anche la circolazione di discorsi, teorie e definizioni appare inquinata dalle logiche del capitale. La «produzione di verità», così chiamata dal filosofo Michel Foucault, diviene essa stessa un meccanismo disciplinare, «un ordine che avvolge i corpi, li compenetra, li plasma, applicandosi alla loro superficie, ma imprimendosi al contempo sin nei nervi e in ciò che qualcun altro chiamava le fibre molli del cervello»4, arrivando a condizionare anche l’immaginazione e il desiderio. La «toxosfera» non si configura dunque come architettura stabile e autoritaria, ma piuttosto dispersione capillare, continua e pervasiva. Proprio per questo smettiamo di vederla come un prodotto storico-politico e finiamo per accettarla come un dato di natura.

 

Il reale mostra i segni dell’intossicazione, il malessere si manifesta fuori e dentro di noi, ma la ricerca delle cause si ripiega sempre più all’interno della soggettività, dando così, al singolo, la responsabilità di trovare la cura. La salute mentale è la cartina tornasole di questo modello: esempio paradigmatico di come le contraddizioni si depositino nei corpi e del conseguente impiego dello sguardo eziologico endoscopico. Nella psichiatria l’oggetto di ricerca è l’organo, non il processo complessivo che ha generato il sintomo. Questa indagine si fa riduttiva, esclude tutte le cause di natura sociale, alla ricerca delle molecole nel cervello imputabili della malattia. La soggettività viene scansionata nel suo essere macchina produttiva, anziché essere considerata un corpo contestuale interconnesso. In questa frammentazione risiede l’impossibilità di cogliere le origini politiche e sociali del disagio. La sofferenza, espressione del malessere della persona, viene ridotta al funzionamento bio-meccanico-fisiologico dell’organo. E come afferma la scrittrice Olga Tokarczuk «quando ci muoviamo alla febbrile ricerca di ciò che dobbiamo vedere, di conseguenza, non vediamo nient’altro»5. La malattia naturalizzata, sradicata dalla soggettività che la vive, isolata dal contesto in cui si esplica, si trasforma in accadimento e puro incidente. Viene spezzato il legame tra la sofferenza individuale e la realtà sociale, nonostante i sintomi della malattia siano sempre il «segno della sofferenza di un corpo in rapporto alla vita di cui fa parte e di cui è il prodotto»6.

Disegno di Antonin Artaud tratto da Artaud le Mômo, Ci-gît e altre poesie 1947, edizione Einaudi, Torino, 2003, p. 1 © Wikimedia Commons

La sofferenza è politica perché è sempre radicata all’interno di rapporti sociali, economici e culturali che ne organizzano la nascita e il decorso. Le contraddizioni e le ingiustizie della società vengono non solo registrate nel soma, ma anche rivelate attraverso esso: pensiamo all’ansia, alla depressione, al burnout e ai disturbi del comportamento alimentare, oggi sempre più diffusi. Franca Ongaro Basaglia scriveva che il corpo sofferente viene trattato come materiale inerte, privato della possibilità di esprimersi come manifestazione di un disagio sistemico7.

 

Il malessere potrebbe però diventare anche un laboratorio di resistenza contro l’imperativo tossico della produttività, l’occasione di un mutamento radicale del modo di esistere. Ma, per fare questo, dobbiamo «abbandonare il punto di vista centrico, i sentieri battuti del pensiero e dell’azione, uscire fuori dagli ambiti ben noti e in linea con le consuetudini intellettuali, i rituali, le concezioni stabili e concordate della comunità»8. Il poeta, attore e drammaturgo francese Antonin Artaud, attraverso le pratiche artistiche, si muoveva esattamente in questa direzione, proponendo un nuovo modo di abitare il corpo intossicato. Diagnosticato come psicotico e schizofrenico, ha rappresentato una corrente perturbante nella società novecentesca, intraprendendo una lotta contro le forme di controllo e di repressione – tra cui la psichiatria – che rendono ogni umano succube. Senza mai romanticizzare la sofferenza, Artaud l’ha resa una possibilità di trascendenza dai vincoli della struttura, e grazie alla scrittura e al teatro perseguiva il suo unico desiderio: quello di «perforare» la superficie del reale9. L’autobiografia, per esempio, era da lui usata in contrapposizione allo sguardo oggettificante della psichiatria, con lo scopo di ricreare poeticamente la realtà e autodeterminare la propria origine. Il nucleo della sua ricerca poetica ed esistenziale consisteva nello scardinare il corpo-macchinario, armatura funzionante e organizzata.   

 

«finalmente,

lo sarai, 

o uomo,

lo sarai,

uomo,

fino al corpo,

fino a che finalmente

il corpo 

si faccia avanti, 

in cui si annuncia come un corpo,

di là dal concreto del corpo, 

detto concreto 

dall’intelligenza 

o la scienza.»10

 

Artaud oppone al corpo produttivo il «Corpo senza Organi o CsO»11 che smette di funzionare e inizia a divenire, non vincolato dalle organizzazioni ma abitato dalla forza generativa del desiderio e dall’intensità, che oltrepassa ogni giudizio e ogni senso normativo prestabilito. Non si tratta di negare l’aspetto biologico ma di liberarlo dalle connessioni tossiche che lo vincolano alle norme sociali, sottraendolo al complesso sistema che lo sovrasta e lo riduce a ingranaggio del macchinico. Un corpo attraverso cui recuperare l’esperienza del mondo immanente, scontrandosi con i condizionamenti e la rete di apparati gerarchici che sono l’origine e la causa delle sofferenze individuali e sociali. Il «CsO» non è una nozione teorica o un concetto astratto, ma un insieme di pratiche necessarie per «sostituire l’anamnesi con l’oblio, l’interpretazione con la sperimentazione»12. Ed è all’interno di questa ricerca agitata che Artaud svolge un’operazione rivoluzionaria con la lingua, sia essa scritta o parlata, rifiutando le convenzioni, per trasformarla nella voce incarnata del «CsO». La parola diventa allora un dispositivo per «staccarci dai punti di soggettivazione che ci fissano, che ci chiudono in una realtà dominante»13

Disegno di Antonin Artaud tratto da Artaud le Mômo, Ci-gît e altre poesie 1947, edizione Einaudi, Torino, 2003, p. 6 © Wikimedia Commons
Nelle sue produzioni, il lemma si fa attivamente spurio e meticcio. Contro la tendenza smembrante e divisiva della «toxosfera», le attribuisce una missione conciliatoria: «la mia lingua, mescolanza, la mia lingua, ravvicinamento»14. Racconta, inoltre, che grazie ai suoni possiamo farci traghettare in altri piani di realtà, scavalcando il razionale per immergerci nella profondità della materia. La parola pronunciata è viva perché è animata dal respiro, e quindi intimamente legata al corpo e ai polmoni. Chiama la sua tecnica di articolazione e declamo «machine à souffle»15, descrivendola come una pittura eseguita con il soffio che esce dalla trachea-arteria, dove il suono è sia il pennello sia l’inchiostro. Anche la parola scritta è animata dalla corporeità, ritmata dai colpi fisici inferti. Infatti il poeta, nel processo di scrittura, tagliava effettivamente le pagine dei suoi quaderni, trapassava con la matita i fogli, li colpiva con il coltello, riempiendoli di fori per farli respirare. La parola, quando supera la membrana e oltrepassa la soglia del significato, del suono e della materia, scalfisce la realtà, apre «una via che è insieme un ritorno e una progressione, una via che riporta il corpo a rinnovarsi per re-immergere se stesso nel presente»16. E forse, il suggerimento di Artaud per insorgere attraverso i nostri corpi intossicati è proprio questo: ripartire dal respiro che si fa suono e grido, gesto e rottura.
Disegno di Antonin Artaud tratto da Artaud le Mômo, Ci-gît e altre poesie 1947, edizione Einaudi, Torino, 2003, p. 2 © Wikimedia Commons

1 Mark Fisher, Realismo capitalista, NERO, Roma, 2018, p. 50.

2 Per approfondire: Mark Fisher, Realismo capitalista, op.cit.

3 Il termine è un neologismo dell’autrice volto a sintetizzare la dimensione sistemica di tossicità che caratterizza l’attuale.

4 Michel Foucault, Il potere psichiatrico: Corso al collège de France (1973-1974), Feltrinelli, Milano, 2015, p. 14.

5 Olga Tokarczuk, Il tenero narratore e altri saggi, Bompiani, Milano, 2024, p. 31.

6 Franca Ongaro Basaglia, Salute/malattia: Le parole della medicina, Einaudi, Torino, 1982, p. 26.

7 Per approfondire: Franca Ongaro Basaglia, Salute/malattia: Le parole della medicina, op. cit.

8 Olga Tokarczuk, Il tenero narratore e altri saggi, op. cit., p. 22.

9 Per approfondire: Maia Giacobbe Borelli, Antonin Artaud e l’attraversamento dei corpi, in Maia Giacobbe Borelli (a cura di), Out of order: Quel che resta del corpo nello spettacolo contemporaneo, Bulzoni Editore, Roma, 2012, pp. 27-61.

10 Antonin Artaud, Succubi e supplizi, Adelphi, Milano, 2004, p. 199. 

11Per approfondire: Gilles Deleuze, Félix Guattari, L’Anti-Edipo: Capitalismo e schizofrenia, Einaudi, Torino, 2025, pp. 225-245.

12 Gilles Deleuze, Félix Guattari, Mille piani: Capitalismo e schizofrenia, Orthotes, Napoli, 2017, p. 227. 

13 Ivi, p. 238.

14 Antonin Artaud, Succubi e supplizi, op. cit., p. 207. 
15 Maia Giacobbe Borelli, Antonin Artaud e l’attraversamento dei corpi, op. cit., p. 35. 
16 Ivi, p. 33.

Carlotta Rodighiero (Bassano del Grappa, 1995) è dottoranda in Scienze Pedagogiche presso l’Università di Bologna. Si occupa di psichiatria, la sua attività di ricerca si focalizza sui processi di deistituzionalizzazione della salute mentale. Dopo essersi formata come pedagogista e mediatrice artistica in contesti interculturali, facilita laboratori di scrittura poetica. Le sue pubblicazioni accademiche appaiono in riviste online e cartacee.

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