Anamnesi di un’esposizione: il silenzio come sintomo

a cura di Genealogie del Futuro 

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Pratiche di intossicazione volontaria 

di Imma Egizio

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Veleno. Una questione di dose

di Cecilia Lattari

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La mia lingua, mescolanza

di Carlotta Rodighiero

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Sangue Celeste

di Carolina Iacucci

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Silphion

di Emma Dotti e Federica Mariani

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My Man

di Gaia Michela Russo

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La Scogliera del Sacco

di Francesca Baglieri

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EXSARNO

di Cecilia Scarfò

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Ricordati che questa è la prima volta che vivi

di Viola Morini

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Nel mio ventre un vaso di plastica. 

Visualizzare la sesta estinzione di massa attraverso la necroscopia marina

di Angela Balzano e Luca Seguenza

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Prolifera, poi prolifera ancora

di Nicolas Pezzotta

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Fonti

per approfondire

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Sangue Celeste

di Carolina Iacucci

I. Maksim

Piotr Kowalonek, Factory with smoking chimneys by a steaming shore in Keflavík, Iceland, 2023 © Public Domain

Sabato scorso mio padre è morto. 

L’unica eredità che ha lasciato è il mio sangue celeste. 

Soldi non ce ne sono, ma almeno hai il tuo sangue celeste, mi dice mio fratello quando gli chiedo se il vecchio ha accantonato qualcosa da poterci spartire. 

Gli tiro un pugno, Ti sembra un regalo? 

Ha lasciato entrare solo te nel fiume.

Ti sembra un regalo?

Negli ultimi anni è stato l’unica persona ad aver visto nostro padre. 

Nostra madre ha lasciato la famiglia prima che diventassimo adolescenti. Esco con un’amica, ci ha salutati, dopo aver indossato un abito con lo spacco alto sulla coscia. Il seno non è mai stato il suo forte, le gambe sì, avrebbe detto nostro padre in un secondo momento ripensando a quell’abbigliamento insolito.

Io nostro padre lo ricordavo ancora con i capelli, le ciglia ramate sulle palpebre gonfie, la bocca affollata di denti: tanti fiammiferi dentro una scatola troppo stretta. Il suo cadavere è giallo, sdentato, senza un pelo. La nonna giura È morto come è nato: con l’ittero. Lacrima e cantilena Povero figlio, pensava ancora a quella.

Alla veglia non è venuto nessuno: siamo solo noi tre. Dimitri, la nonna e io. Strizzo gli occhi, li riapro: davanti a me sfilano gli uomini che hanno tenuto aperte le gambe di mia madre da quando se ne è andata, filiformi e coi baffi, un’orda indistinta di operai e impiegati. Pensavo non sarebbero mai tornati; che mancanza di rispetto per papà. Dopo la sua fuga, non ho mai immaginato mia madre se non nell’atto – la passività è atto? – di farsi montare da uomini lividi e lirici nella loro vicendevole somiglianza, del tipo di quegli ubriachi che si accasciano morbidamente nei corridoi dei palazzoni, con il lampone dell’ultima vodka infilato in una narice. Sfilano ancora – e vorrei addormentarmi di colpo e seminarli nel sonno – le loro zavorre di carne insensibili ai pizzicotti, superfici spesse da cavalcare per giocare agli indiani o scavalcare per poter rientrare a casa. Poveracci, commentavamo io e Dimitri quando riuscivamo a superarli. La mamma replicava Abbiamo tutti bisogno di svago.

Lo sapeva e te lo ha permesso

Sfilo un coltello dal cassetto: Ti ammazzo

Insistevi a voler seppellire i pesci morti. Le comari dicevano che il fiume aveva preso il colore di quando si rompono le tubature. I fiori del salice rosso si erano colorati di viola e di blu. I sassi saltavano in aria. Testa o croce? Nessuna mano li aveva lanciati. I tuoi occhi strabuzzavano dalla voglia di vedere il prodigio. Papà ti ha aperto la porta. 

Era stanco del mio capriccio

Ti ha voluto fare un regalo

Ti sembra un regalo?

Ti ha voluto fare un regalo.

La mia condanna a morte.

Morirà, ma almeno prima vive, avrà pensato.

E a te non l’ha permesso?

A me no, e infatti guardavo la televisione nella stanza accanto quando ha smesso di respirare. 

E questo cosa significa?

Significa

Resto in silenzio. Lui aggiunge Come puoi chiedere cosa significa? 

Lo invito a prendere aria: il risentimento lo ha tenuto chiuso in casa troppo a lungo. 

Chiedevo di andare al fiume. Va’, acconsentì mio padre. 

Mi sono tolto la maglia e i pantaloni del pigiama che indossavo da molti giorni: in quel periodo, nessuno parlava di andare a scuola. Papà ci faceva assaggiare il suo liquore al mirtillo e noi lo sputavamo in aria. Il mio schizzo arriva più in alto, diceva mio fratello, che ha sempre avuto la mania dell’insicurezza.

A me colava il naso perché le finestre restavano chiuse tutto il giorno. Mio fratello gridava moccioso e io deglutivo grossi coaguli di muco perché erano finiti fazzoletti e carta igienica: la mamma non usciva più a fare la spesa. Non usavamo l’acqua corrente; pulivamo il piscio e la merda con panni che la mamma poi bruciava. Lo faceva con soddisfazione, come una strega che fa fuori le erbe secche per un rito di rigenerazione. Lasciamo andare, diceva, e poi Tappate il naso e la bocca, e ancora Non respirate

Dovevamo lasciare andare o trattenere il respiro? 

Al fiume ho tolto le mutande perché nessuno era nei dintorni. La mamma e il papà ci insegnavano che nudi si può stare solo in bagno. Se c’è qualcuno che può vedere, neanche lì. L’unico che mi vedeva nudo era Dimitri. Quando mamma ci calava nella vasca, confrontava il suo aggeggio – la pistola, lo chiamava mio padre, e poi pam-pam faceva – con il mio. Io non trovavo grosse differenze tra noi o non m’importava; lui invece ci faceva caso.

Quando abbiamo chiuso la bara, mio fratello mi ha intimato di ringraziare nostro padre. Ho eseguito l’ordine in modo tanto pedante da pronunciare Grazie ad alta voce. La nonna mi ha chiesto Grazie per cosa?. Non ho saputo risponderle. Non fosse stato per voi, si sarebbe liberato prima di quella: la nonna crede che ogni male capitato a suo figlio dipenda da nostra madre. Forse ha ragione lei, ma, per ogni male, c’è anche un divertimento. Non sento dolore, lo confesso a mio fratello. È il tuo sangue celeste, mi dice. La mia pelle assorbe e respinge: i pori aspirano ed espellono subito. 

Sotto il primo foglio di cellule, dalla trama delle mie vene azzurrine riemerge il pianto della mamma che mi vede tornare con i pesci morti nel secchiello. Passa la spugna imbevuta d’aceto sul mio corpo magro di ragazzino mentre salmodia qualcosa di simile a una preghiera in una lingua antica o orientale.

Dove hai imparato, mamma, a pregare in cinese mandarino? Nessuno a casa parla mai di Dio, i miei genitori ci spiegano in modo spiccio che, quando si crepa, si crepa, e tanto meglio se non si lasciano dietro di sé debiti, rimpianti e brutte figure. Non fare a botte con tuo fratello, non toccarci e non toccare il cibo, ripete di continuo, Le radiazioni si possono passare. A mio fratello passo tutto: vestiti, sigarette, segreti. I giorni successivi mangiamo cibo in scatola e così faccio per tutti gli anni che resto al villaggio prima di andarmene con un’alzata di spalle che Dimitri non avrebbe mai fatto. Mia madre si lamenta delle cifre che spende per l’acqua in bottiglie con cui ci laviamo. Esorbitanti per via dei dazi. Tua madre ha il terrore che ti cresca un’altra testa o una coda di cavallo sul culo, ride mio padre prima di nitrire, e mia madre allora gli lancia un accendino. 

A mia nonna dico, prima di salutarla e non vederla mai più, Tuo figlio era una bestia da soma che, in presenza di nostra madre, per qualche ragione, diventava un giullare. Mi risponde che alle donne gli uomini così prima o poi vengono a noia. Lascia perdere, bastardo di un contaminato, mi dice Dimitri quando gli chiedo di nuovo come sia possibile che il vecchio non abbia lasciato un soldo, Il vecchio ha speso tutto per i suoi trastulli. Di quel vecchio sprecone mi rimane soltanto il suo Va’. Il sangue celeste, che gli scienziati mettono in relazione a quella sillaba tronca, mi costringe a prendere ogni giorno l’ascensore, a mangiare brodi o gelati perché le gengive si spaccano, bruciano e zampillano. Colleziono radiografie di ossa rotte che fingo non procurino dolore così da poter ricevere molti complimenti per la mia capacità di sopportazione. Il mio scheletro è un mucchietto di vetri rotti dentro un sacchetto che non tintinna.

Ogni tanto penso però che sono l’ultimo, del mio villaggio, ad aver rincorso un pesce morto che saltava via dalle mie mani per appendersi ai rami molli dei salici. Oggi i bambini, al villaggio, non sanno distinguere un pesce da un topo: pensano siano creature da videogioco.

L’eredità di mio padre è stata salvarmi dall’astrazione.

II. Eugenia

Giorgia Ester Serra, Untitled, 2022 © Public Domain

A me è piaciuto, gli dice lei, Che storia.

Mi è mancato il fiato, le dice lui. 

Ora stai meglio?, gli chiede lei. 

Immagino di aver perso l’occasione, continua lui. Lei annuisce.

Come si chiama la tua malattia?

Non m’interessano i dettagli

Oh, d’accordo. 

Voglio solo bere qualcosa.

Ho l’età di tua madre. Quanti anni ha, tua madre?

Non m’interessano i dettagli

Eugenia sorride e lancia lo sguardo in direzione di un punto che individua nel buio. Quel ragazzo la tiene sulle spine. Le piacciono i suoi occhi all’ingiù, appoggiati alle guance come nuvole basse sedute sulle colline, la bocca sbieca, i capelli biondi che coprono la fronte pallida e senza segni. Quanti anni avrà, quel ragazzo? 

Ti invito a cena. 

Hai qualcosa da festeggiare?

Lui ride lasciando intravedere le gengive piene di taglietti. 

Non hai nessuna ragazza da invitare? 

Te

Eugenia si tira il lobo dell’orecchio. Gli uomini attraenti le generano tensione. Maksim, il ragazzo, forse vede in lei una madre. È stata stupida solo a pensare che le sue intenzioni fossero maliziose. Ma, se Maksim vede in lei solo una madre, allora non ha nulla da temere. 

Eugenia accetta l’invito. 

 

L’ha lasciato entrare.

Maksim non ha mostrato impazienza. Lei teme che lui possa essersi accorto di qualche pelo bianco nel pube. A Eugenia viene in mente solo dopo e, per questo ritardo del pensiero, i loro corpi hanno potuto incontrarsi. Il suo petto e il suo collo sono ancora violacei, la sua bocca dischiusa in un soffio abbastanza forte da far volteggiare un dente di leone fino all’angolo più lontano della stanza. La pelle del ragazzo è un lenzuolo appena uscito dal bucato e dalla stiratura.

 

Le dorme sull’ombelico, i suoi piedi lunghi e magri ciondolano fuori dal letto sospesi su un burrone.

Eugenia ha paura che, se si sposta, lui cadrà e svanirà nel dirupo. Non è fragile, pensa mentre gli guarda la schiena lunare e serena, priva di grinze o tracce che rivelino la misteriosa malattia che gli fa il sangue celeste. 

Eugenia si dà tempo: qualche settimana ancora, e poi basta. 

Me lo dici quanti anni ha tua madre?, gli chiede lei, una mattina, dopo essersi vista in una finestra ed essersi trovata né brutta né bella. Quello che c’è di peggio: una donna qualunque. Perché ti importa?, replica lui come se Eugenia avesse appena finito di raccontare un pettegolezzo. Sai quanti anni ho io?, insiste. Non vedo in te nessuna età, le risponde soprappensiero dopo un po’ mentre, scuotendo i residui di caffè nella tazza, prova a leggerne il fondo. Cosa vedi?, gli chiede lei. I pesci morti su cui è scivolato il mio piede

 

Era inevitabile, Maksim. 

Inevitabile è il modo in cui chiami ciò che decidi?

Maksim cambia rapidamente discorso, le dice che sta morendo. 

Com’è possibile?, chiede lei, Sei così giovane

Lui si spazientisce. Eugenia avvicina le labbra alle sue palpebre, le orienta verso l’attaccatura delle orecchie. Non c’è nulla da fare?, domanda ancora, e lui di nuovo non risponde. 

Le parla del desiderio di tornare. Vuoi morire lì?, chiede lei. La parola morire s’incaglia nella rete, entrambi ci fanno caso. L’ha pronunciata con tanta naturalezza, estratta, come una freccia nel fianco di un cavallo, dalla treccia di suoni significanti che ha stretto in una cifratura automatica. 

 

Ti ho sempre mostrato tutto, le dice lui. E io ugualmente, risponde lei. 

Eugenia si chiede cosa sia quel “tutto” che, di sé, gli ha mostrato: un buco d’identità o di sapere, un’arrendevolezza, una ferita che non asciuga al sole, la bambina dentro l’anziana. 

Non voglio per forza morire lì. Non m’importa dove sarà.

Ti accompagno.

 

Lui le dice che gli farebbe piacere perché, ora che sa che dovrà andarsene, inizia ad avere paura e vorrebbe che lei gli tenesse la testa e gli accarezzasse i capelli mentre sbava prima di inspirare per l’ultima volta. Il candore di Maksim nel modo di esprimere il suo bisogno di calore la commuove. Non potrebbe mai definirla innocenza: lo offenderebbe. È il corpo di un ragazzo, pensa lei sfiorandolo e poi girandolo come un pupazzo e aggrappandosi alle sue spalle. È quello un gesto d’affetto o un’aggressione?

Eugenia si chiede se Maksim voglia il conforto di una madre o l’insaziabilità di un’amante alla quale viene chiesto un corpo e da cui riceve in cambio una domanda o una recriminazione. Eugenia vorrebbe capire perché quel giorno, dopo l’audizione interrotta, lui le ha dato attenzioni. Non osa chiedere perché sa che Maksim le consiglierebbe di non concentrarsi sui dettagli.

 

Che ti importa è la frase che le ha rivolto più spesso negli anni in cui si sono amati. Più di cinque, meno di dieci.

 

 

L’idea di andare al fiume viene a Eugenia; Maksim non dice né sì né no. 

A volte Eugenia sente che la sua fine non arriverà tanto presto. Ignora sempre quel presentimento. Maksim le confessa che, durante il viaggio in treno, tra la veglia e il sonno, ha raccolto frammenti di vita immaginaria nell’ipotesi che fosse rimasto al villaggio. Le dice che lì sarebbe vissuto tra i suoi simili, gente incurabile, e forse sarebbe stato meglio. La sua esistenza gli appare ora un braccialetto a cui sono saltate all’improvviso tutte le perline. Eugenia si infastidisce. Meglio o peggio, come si fa a decidere? Pensa alla loro relazione. Ha vergogna a chiamarla amore”. A quello che le è costata, a quanto poco le è tornato indietro. 

 

Se prendo la tua malattia, almeno avrò qualcosa, gli dice. Maksim non commenta, è troppo stanco e di sicuro la trova un’ingenuità.

Chi si ama spesso si trova stupido a vicenda, ma deve fingere che non sia così. 

 

Maksim si lascia prendere per mano e spogliare. Le acque del fiume oggi non sono più come allora: hanno lo stesso colore industriale del cielo. Eugenia agita le gambe. Sai nuotare?, le chiede lui prima di pungere con l’alluce l’alveo di seta del fiume. Questo posto è un incanto, Eugenia dice quando riemerge anche lei da un tentativo di immersione, e a Maksim si illuminano gli occhi di giada. Aggiunge soltanto Lo so. È il loro momento perfetto. Eugenia non credeva sarebbe più arrivato. Sentono avvicinarsi una voce che gorgheggia imprecazioni. Chi arriverà la troverà ridicola: una vecchia che fa il bagno con un ragazzo davanti al cartello “Balneazione proibita”. Potrà sempre dire Mi scusi, non conosco la lingua.

III. Dimitri

Il destino è scritto nei giochi.

Le rivolgo parola solo per il fastidio che mi dà sentirla piangere di continuo. Tira su con il naso, le lacrime le escono da ogni fessura: le narici, i lobi delle orecchie. Negli occhi, la compattezza di un dolore assunto in blocco. Mi colpisce l’impressione di bellezza che genera in me, un fascino che però non risale a nessun tratto somatico particolare: ha un viso comune, un corpo comune, la mandibola forse un po’ troppo accentuata per una donna; una linea le divide in due la fronte. Cicatrice o ruga, fenditura nella quale riposano moscerini e dispiaceri. Le labbra non sono né sottili né carnose, il naso non ha una forma definita. I capelli non sono né corti né lunghi, e lei infatti non è né bella né brutta.

Contempla il corpo di Maksim con timidezza discorde al suo aspetto di straniera che non ha conosciuto le nostre pesti: la miseria, la guerra, la malattia. Non è una di noi. Si vede dai vestiti, dal portamento, dalle unghie tagliate corte, dal suo sguardo di agnello. 

Che giochi facevate da piccoli?

A Maksim piaceva fare a botte; a me nascondermi e sperare che qualcuno venisse a cercarmi. 

E il vostro destino come si è rivelato?

 

cottonbro studio, A person explores the eerie atmosphere of an abandoned, dystopian building, 2020 © Public Domain

Maksim è stato steso sul ring; io non ci sono salito

Nessuno ti ha spinto sul tappeto?

Faccio no con la testa. Tu?

Ascoltavo quello che capitava alle mie amiche e inventavo su due piedi qualcosa che a me non era mai accaduto. Giocavo a fare un passo indietro e ad aspettare. Sarà per questo che sono diventata io?

Vorrei avere la prontezza di ribattere qualcosa, ma nessuna idea mi viene in soccorso. Non conosco quella donna: vuole essere consolata? 

Ho paura di non essermi ammalata, mi dice. Temo di non aver compreso bene: la lingua che usiamo non è la mia. Ma lei ripete Ho paura di non essermi ammalata.

 

L’accompagno in stazione. Mi chiede il permesso di chiamarmi di tanto in tanto. 

Ho paura di non avere argomenti con lei. Parleremo di Maksim, chiarisce per togliermi d’impaccio.

Forse legge il pensiero. Anche nostra madre era una strega e gli uomini ripetono ciò che conoscono.

Non è vero che chi dorme non piglia pesci, mi dice ancora, sempre grazie al suo intuito di sirena. Già, le rispondo per non sembrarle un completo idiota. Lei allora precisa, nel tono più dolce che abbia mai sentito in un essere umano, Anche chi resta sveglio rischia di non pigliar pesci. O di pigliare solo pesci morti.

Mentre sale gli scalini del vagone ruota un po’ il busto nella mia direzione. Resta in attesa di qualcosa che sto per dirle e non dico, che somiglia a una cerva bianca.

 

Infine, stanca di aspettare, mi volta le spalle. 

 

 

Mi chiama il giorno del compleanno di Maksim. Ho pensato a lui e ho pensato a te

La rassicuro che sto bene e le chiedo a mia volta notizie sulla sua salute e sul suo lavoro. Ignora la mia domanda. Mi chiede invece se le acque del nostro fiume sono state bonificate negli ultimi tempi. Le dico Non lo so. La gente, da noi, continua ad ammalarsi in ogni caso

Forse il mio destino è restare sana, commenta.  

 

Dalle nostre parti, gli uomini parlano poco tra loro e con le donne il minimo indispensabile. Lei forse comprende la mia fatica e me ne solleva. Ciao, conclude. Dopo qualche ora mi viene in mente che avrei dovuto dirle che Maksim era stato molto fortunato a incontrare una donna come lei e a morire tra le sue braccia. Gli è andato tutto bene a quel figlio di puttana. 

Oggi il fiume è rosso e le foglie si sono ricoperte di lanugine, sento due ragazzini con lo zaino confabulare tra loro all’uscita della scuola, Gli uccelli stanno di nuovo cadendo dagli alberi

Ci risiamo, penso, Questo posto di merda finirà per farci fuori tutti. 

L’aria mi punge di spillo il naso. Il profumo dolciastro del biossido d’azoto mi colpisce la faccia.

Forse m’inganno: è solo odore di magnolia portato qui dal vento. Tremo, guardo in basso. Un vermicello attorcigliato su se stesso striscia per un po’ e poi muore lasciandosi dietro una scia di cenere.

Su ciascuna delle mie guance avverto il colpo sordo di un pugno: sulla destra, la mano di mio padre; sulla sinistra, quella di mio fratello. È venerdì. Tra poco andrò a sedermi in un bar, mi berrò un paio di vodke, guarderò gli uccelli cadere. Fulmini o folletti, messaggeri di un avvertimento che ignorerò. Non a tutto va dato un significato.

Саша Круглая, Close-up of an old torn certificate featuring a religious image in soft sunlight and shadow play, 2022 ©Public Domain
Саша Круглая, Close-up of an old torn certificate featuring a religious image in soft sunlight and shadow play, 2022 © Public Domain

Carolina Iacucci (Bologna, 1988) è laureata in Lettere Classiche e ha un dottorato in Letterature comparate, insegna Lettere al liceo e collabora alla realizzazione di numerosi festival letterari e cinematografici. Nel 2020 il suo spettacolo La caduta della luna è stato rappresentato all’ex Chiesa di San Francesco di Fano; nel 2023, una sua pièce, Istanbul, ha ricevuto il premio Maffioli per la drammaturgia contemporanea. Nello stesso anno, ha partecipato alla fase finale del concorso di nuova drammaturgia del Teatro Stabile di Catania con l’opera Vendicare Ava. Nel 2GNAMC020 il suo racconto Il nome è stato pubblicato sulla rivista Retabloid, nel 2025 Piccoli fuochi sotto la neve è uscito su L’Indiscreto, nel 2021 ha contribuito con due testi all’antologia di racconti illustrati Più diritti per streghe malvagie (Giaconi Editore).

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