Anamnesi di un’esposizione: il silenzio come sintomo
a cura di Genealogie del Futuro
Pratiche di intossicazione volontaria
di Imma Egizio
Veleno. Una questione di dose
di Cecilia Lattari
La mia lingua, mescolanza
di Carlotta Rodighiero
Sangue Celeste
di Carolina Iacucci
Silphion
di Emma Dotti e Federica Mariani
My Man
di Gaia Michela Russo
La Scogliera del Sacco
di Francesca Baglieri
EXSARNO
di Cecilia Scarfò
Ricordati che questa è la prima volta che vivi
di Viola Morini
Nel mio ventre un vaso di plastica.
Visualizzare la sesta estinzione di massa attraverso la necroscopia marina
di Angela Balzano e Luca Seguenza
Prolifera, poi prolifera ancora
di Nicolas Pezzotta
Fonti
per approfondire
Era da tempo che le visioni tornavano a farle visita, accompagnate dalle loro sgradite compagne, la nausea e il mal di testa. Era ormai da cinquant’anni che gli esseri umani avevano acquisito la capacità di ricordare le proprie vite precedenti e metà della popolazione aveva queste visioni, esperienze dirette di ricordi molto vividi. Dal 2068 era apparso un virus, LN068, che quando infetta le persone riesce a dargli la facoltà di ricordare le esistenze passate. Il virus era apparso a Venezia, città antica che da lungo tempo conviveva con un equilibrio spezzato, tenuta in piedi da fragili fondamenta erose dal sale. Durante la settimana di inaugurazione della Biennale, Venezia diventava il rifugio delle persone che possedevano le maggiori ricchezze sulla terra e usavano quello che sarebbe dovuto essere un evento culturale come un rifugio, una gabbia dorata, dove essere informati, ma senza dare troppo peso delle conseguenze del disastro climatico provocato dalla loro avarizia e dal loro totale disprezzo nei confronti della vita. In quel folle momento a qualcunə venne in mente, durante un evento di beneficenza per “salvare” i ghiacciai, di servire un cocktail contenente piccoli pezzi di ghiaccio provenienti dall’Antartide, il ghiaccio più “puro” al mondo, senza microplastiche e additivi. Ciò che le persone dell’epoca ignoravano erano due fatti fondamentali. Il primo è che i ghiacciai non hanno bisogno dei nostri intenti salvifici: essi infatti, quando saranno sciolti, riposeranno in pace; saranno le creature che resteranno a non disporre più di acqua – il pietismo misto a un mal riposto senso di superiorità porta ai risultati più grotteschi e meschini. Il secondo fatto è che in uno di quei frammenti giaceva da diecimila anni LN068.
Risvegliatosi dalla lunga ibernazione, come se fosse avvenuta ieri, il virus ora sguazzava nel bicchiere, per poi giungere, attraverso il cavo orale, al corpo del primo ospite, dove iniziò ad annidarsi nelle vie respiratorie. Rimase lì per una settimana, e quando finalmente riuscì a immettersi nella vena si propagò in tutto il corpo. Arrivato al cervello provocò lo spiacevole inconveniente di liquefarlo. Lo spettacolo, ben documentato da materiale di archivio, fu raccapricciante: il cervello era colato dagli occhi e dal naso colorando il suo viso di rosso acceso con degli strani grumini a decorare. Nei giorni precedenti la sua morte, l’uomo continuava a parlare di strane visioni, raccontava di luoghi sconosciuti e farneticava in lingue ormai estinte, giurava di essere stato qualcun altro prima di allora. Amicə e parentə lo allontanarono, presero questi racconti come sintomi di stress e non vi diedero peso. Solo dopo la morte sua e di tutte le altre persone che erano entratə in contatto con lui, fatto che scioccò l’opinione pubblica, iniziò un’indagine che portò a scoprire dalla cronologia del suo browser che effettivamente l’uomo aveva trovato il suo passato.
Da quel momento il morbo iniziò a espandersi in tutto il mondo, lə scienziatə iniziarono a studiare il fenomeno e il mondo globalizzato si fermò ancora una volta. Furono fatte molte riflessioni filosofiche e profuse molte toccanti parole che però non chiusero la crisi identitaria che da troppo tempo rantolava nel buio, ma la aprirono ulteriormente. Nel giro di due anni il virus perse la sua potenza distruttrice, divenne più un agente dormiente che di tanto in tanto faceva venire delle potenti influenze. Le persone poterono tornare a vivere fuori a casa, a vedersi, sembrava essere tutto rientrato nella norma. Sembrava, perché da quel momento avvenne un forte cambiamento e le persone che potevano ricordare erano considerate come delle divinità o come delle aberrazioni. L’abilità di ricordare aveva messo in profonda discussione tutto quello che si pensava sapere sulla storia, e così la narrazione ufficiale iniziò a sgretolarsi. Le persone infette facevano delle scoperte eccezionali e riuscivano a far rivivere saperi dimenticati, e allo stesso tempo iniziarono a fioccare storie false: il limite tra verità e credenza, memorie e storia era sempre più flebile. Cinquant’anni non sono un lasso di tempo molto esteso e tuttora il virus è sotto studio e i suoi effetti nella loro totalità sono sconosciuti.
Aveva sempre saputo di essere contagiata, sua madre era infetta, e in quasi la totalità dei casi lə figlə venivano contagiatə. Non era da molto che il prodigio si manifestava e anche gli effetti secondari si presentarono. Le visioni erano sempre precedute da una percezione intensificata, prima di riuscire a mettere a fuoco qualcosa veniva invasa da una serie di sensazioni che la sovraccaricavano, impedendo il contatto con i ricordi. Il problema era che dopo queste visioni fallite Anna aveva bisogno di interi giorni per rimettersi sia fisicamente sia emotivamente. Era da anni che provava emozioni contrastanti nei confronti del fenomeno, sentiva ogni visione mancata come un enorme personale fallimento: Anna voleva ardentemente rivedere sua sorella che da anni era scomparsa in circostanze misteriose e il suo corpo mai trovato. Sperava di vederla nelle sue visioni e scoprire la fine che l’aveva attesa ma, come moltə espertə le dissero, la percentuale di possibilità di poter vedere un proprio parente stretto era esigua. Così conduceva la propria vita, faceva dei lavoretti per mantenersi, quando la salute glielo consentiva e cercava di stare al passo con l’università come poteva.
Il giorno in cui cambiò tutto, Anna era seduta sull’erba nel prato vicino all’università, quando iniziarono i giramenti di testa e le vertigini. All’improvviso sembrava percepire solo gli odori che parevano sopraffarla, pungenti e attrattivi, e di primo acchito provava repulsione. Sentiva che i pensieri scivolavano lentamente dalla sua mente per andarsi a infilare e perdersi in un lato nascosto del suo cranio. Le si annebbiò la vista, i colori che prima erano brillanti si stingevano e man mano che sbatteva gli occhi il campo visivo si apriva, fino a quando non c’erano più palpebre da chiudere. L’atmosfera era umida, sentiva l’aria densa e zuccherina su tutto il corpo, e i peli irti per l’eccitazione. Qualcosa di irrefrenabile partì dalle sue antenne, così iniziò a muovere una zampina dietro l’altra. Era l’odore dolciastro che la guidava, una scia irresistibile. Muoveva un passo dietro l’altro su una superficie che sentiva liscia, lucida e luminosa. Quando muoveva una zampa le capitava di rimanere attaccata sulla superficie, sensazione che durava un attimo, accompagnava il suo viaggio e teneva involontariamente traccia dei suoi spostamenti che sembravano accompagnarsi a quelli di altrə. Era una sensazione fastidiosa ma per ora era la sua unica compagna di viaggio.
Finalmente notò intorno altrə similə, tra cui unə che si stava avvicinando in volo, a mezz’aria. Guardando meglio, le sue ali si muovevano, ma molto lentamente. In questo frammento di tempo dilatato si accorse come lə suə compagnə prendevano un respiro prima di ogni battito di ali, di come la luce dietro lə illuminasse dolcemente e le sue ali sembrassero delicate bolle di sapone. Lə similə aveva il corpo color miele, la proboscide leggermente all’infuori ma al posto delle antenne sembrava avere un altro paio di zampe. Dai suoi occhi grigi scuri, opachi riflessi di indifferenza e ossessione febbrile.
Come facevamo a sapere che era simile?
Aveva un odore familiare… Dalla traiettoria sembrava stesse per atterrare poco sopra di noi, per prudenza ci spostammo poco sotto, e fu una mossa saggia perché l’atterraggio fu rocambolesco e finì proprio nel punto dove eravamo. Rotolò due volte con il dorso a terra, il terreno appiccicoso lə trattenne, ma non per molto.
Non ci fermammo, lə passammo vicino senza prestare attenzione e seguimmo la nostra unica bussola, il glucosio. I corpi dorati erano ovunque e volteggiavano nella complessa architettura della cupola, quanto splendore, ma a un certo punto ci dovemmo fermare. Le zampe avevano accumulato troppa sporcizia, le punte avevano perso sensibilità, non permettevano di proseguire agilmente. Passammo le prime due sulla bocca per rimuovere lo sporco con la proboscide e la bocca e, una volta libere, passammo a quelle poco dopo dietro. Decidemmo di trascurare l’ultimo paio e proseguire.
Poco dopo aver ripreso il moto ci mettemmo sulla scia di unə nostrə compagnə. Non riuscivamo ancora a scorgerne il viso, vedevamo solo la schiena, scura e striata, che beccheggiava grazie allo spostamento di peso tra i sei arti. Le ali erano a riposo, riposte una sull’altra, e se si osservava con cura si poteva intravedere una spiccata asimmetria. Mentre stavamo camminando, i nostri movimenti si erano sincronizzati: appena la zampa del miə compagnə lasciava un vuoto noi lo riempivamo, pedissequamente, condividendo in questa strana danza un percorso che era tutto fuorché lineare. L’odore si faceva sempre più aspro, acre e nettarino. Sentivamo di essere vicinə.
Una luce improvvisa, proprio diretta nelle pupille, la riportò nel suo corpo. Sentì una voce gridare, sta riprendendo conoscenza, Anna volle alzarsi, lə dottorə affianco a lei le consigliarono di muoversi. Lei sapeva di stare bene, nonostante la testa le girasse molto più forte del solito e sentisse che tutte le sue forze erano fuggite da lei. Sto bene, ho solo bisogno di andare a casa riposarmi, si alzò di scatto – azione che fece allertare lə suə soccorritorə che la pregavano di non muoversi e di descrivere l’accaduto. Un compito ingrato quello di Anna, perché nemmeno lei sapeva cosa fosse successo con precisione. Ho avuto una visione con un crisi associata, ma ora sto bene, è una condizione congenita, purtroppo anche mia madre soffriva degli stessi sintomi, è abbastanza normale per me stare così. Mentiva, era ancora scioccata per quello che aveva visto, non era una visione come le altre, avrebbe dovuto vedere la vita di un altro essere umano, ma quello che aveva vissuto non ci si avvicinava minimamente. Esserə enormi, a sei zampe, con le ali: erano del tutto alienə. Non sapeva bene come gestire la situazione, così mandò via lə dottorə, che la pregarono in ogni caso di farsi dei controlli per sicurezza, e rimase sola, tornando a casa stremata. Dopo aver chiuso la porta dietro di sé si rese conto che qualcosa di liquido scendeva dal suo naso: era un piccolo fiotto di sangue che purtroppo colò abbastanza in fretta da macchiarle la maglietta e creare una breve scia sul pavimento. Tamponata la ferita, si lasciò andare sfinita sul divano dove non ebbe modo di elaborare le sue preoccupazioni perché il sonno la precedette.
Il pomeriggio del giorno seguente, quando finalmente si svegliò, tornarono a galla tutti gli interrogativi legati a quello che era successo. Seduta, teneva la sua testa fra le mani che percepiva girare ancora. Era stanca, ma si sentiva già meglio. Lə soccorritorə le avevano riferito che gli aiuti erano stati allertati perché qualcuno l’aveva vista accasciata a terra vicino a una piccola pozza di sangue. Nella memoria collettiva il fantasma del mio paziente aleggiava ancora. Seppure percepisse di nuovo le sue forze, decise di prenotare una visita medica e di scaricare tutti i dati che vennero trasformati in una serie di tabelle, numeri e grafici con l’ingrato compito di spiegare quello che all’apparenza era inspiegabile.
Gentilmente chiese a Stephany, l’AI, una diagnosi generale pre-visita. Una rotellina iniziò a girare dall’olografia e una voce partì a recitare: Non rilevo particolari anomalie dell’apparato circolatorio e nella respirazione, i parametri sono compatibili a quelli di una visione, il corpo in questa circostanza è sottoposto a un grande sforzo e un forte stress. Il cerchio era composto da cinque punti che roteavano in tondo per rincorrersi senza mai riuscire a raggiungersi – un modo semplice per riprodurre lo sforzo dell’animale informatico. Tuttavia le onde cerebrali mostrano delle visioni eccezionali, infatti non sembrano legate a un umano ma piuttosto ad altrə esserə. Sbottò. Era incredula, ma questa lettura combaciava con quanto aveva visto e vissuto, la creatura con la quale aveva camminato non era certo appartenente alla sua specie. Puoi fare un confronto e scoprire la corrispondenza? Certo, posso inviarti i risultati domani, per oggi il tuo uso minimo garantito è scaduto. Ti ricordo che puoi usufruire di Stephany ancora per motivi di comprovata necessità o ricerca con l’abbonamento annuale, con il piano a pagamento hai diritto a una domanda in più al giorno e a un piano organizzativo giornaliero per ottimizzare il tuo lavoro e la tua salute. La macchina descrisse i suoi piani fiscali invano, perché Anna si era già alzata alla parola “domani” e si stava recando in bagno per lavarsi il viso e cercare di dare un senso a quello che stava succedendo. Quello che più arrovellava le sue viscere non era il fatto di avere visto migliaia di esserə sconosciutə che sentiva come familiari, ma la rabbia e la delusione di non aver visto sua sorella che sentiva definitivamente perduta. Una smorfia di dolore deformò il suo viso e le sue guance iniziarono a rigarsi di lacrime. Non ebbe nemmeno il tempo di cedere alla disperazione quando la testa iniziò a girare più forte di quanto aveva già fatto quel pomeriggio. Le venne un conato di vomito e all’improvviso un forte odore di zucchero fermentato era tutto quello che sentiva.
Stavano fisse sulle zampe, sottili ma solide, con le ali chiuse e il capo verso l’alto in segno di allerta. Sentivano quale cupola di vetro si stava muovendo e, nonostante provassero l’irrefrenabile istinto di spiccare il volo e tentare la fortuna insieme allə compagnə, le ali non furono in grado di assecondare questo desiderio. Iniziò una marcia sgraziata e caotica verso un riparo che non esisteva. Tuttə ebbero lo stesso pensiero, tra atterraggi e partenze schizofreniche, la creatura, noi, si faceva largo a dispetto della sua disabilità. Ci fu un tonfo che pose fine al movimento e che fece tremare tutta la struttura. Un’improvvisa luce intensa illuminò i corpi delle creature preoccupate a cui servì molto tempo per placarsi. Piano piano la situazione andava calmandosi e non notando particolari cambiamenti, tranne la maggiore illuminazione, lə esserə ripresero la propria routine.
Finalmente i peli sul loro dorso e petto si abbassarono ed ebbero tuttə un momento di respiro da dedicare alla tolettatura delle zampe che iniziavano a sentire impiastricciate di zucchero fermentato.
Finite le operazioni di pulizia alzammo lo sguardo e notammo un’incrostazione sul soffitto, di colore giallo chiaro e dall’aspetto compatto. Guardandolo meglio, era un agglomerato di volumi ovali. Sentimmo una forte spinta, era unə similə, aveva urtato contro di noi con il suo corpo di miele, era visibilmente disorientatə, il dorso sembrava sfregiato da delle bruciature e la sua proboscide era spalancata.
Sembrava avere impressa la nostra stessa condizione, noi eravamo spaesatə, con la testa che girava e lo stomaco in subbuglio. Lə similə si accasciò a terra. Sentivamo le stesse sensazioni di prima, prima? Ci alzammo e iniziammo a camminare nella direzione dell’odore nettarino ma non con la stessa leggerezza della volta precedente. La superficie liscia tremò, di nuovo, dal lato al fianco della cascata bianca si affacciò un corpo esterno fibroso che sembrava essere intriso di una sostanza sconosciuta. Era un poco grigio, non ci parve nulla di eccezionale se non che sprigionò un fortissimo odore che ci parve familiare ma che non riuscivamo ad associare a nulla al momento. Era forte, sentimmo le vie respiratorie bruciare e il mal di testa peggiorò ulteriormente. Provammo a camminare senza sapere che sarebbe stata l’ultima volta.
Il tragitto fu breve, poco dopo questo pensiero cadde definitivamente a terra con lə altrə, l’unico straccio di vita rimasto nell’ampolla era rappresentato dai puntini gialli. Passò un lasso di tempo abbastanza lungo, quando le pareti divennero il pavimento, durante il processo il corpo irrigidito della creatura scivolò in maniera sgraziata su quello che si era trasformato nel fondo. Le fibre bianche e grigie vennero rimosse, scoprendo una luce accecante che veniva riflessa da una superficie accuminata e specchiata. Di colpo due enormi chele trascinarono il suo corpo, totalmente inabile a opporre resistenza, con il dorso verso il basso si sentiva totalmente vulnerabile. Le chele appartenevano a una creatura enorme, la trovarono ripugnante ma familiare. Era la prima volta che non la osservava dalle pareti, che fino a quel momento erano state tutto il suo mondo. Si sentirono curiosə, avrebbero annusato tutto ma perdevano colpi ogni secondo. I due aculei la sollevarono senza sforzo e la riposero su una superficie liscia e trasparente che era sovrastata da quello che ricordava un cannone, con un enorme sfera che faceva intravedere un occhio enorme che trovarono mostruoso. Un’enorme zampa, doveva essere una zampa almeno credettero, teneva una proboscide trasparente che in pochi secondi le inondò con un liquido incolore. Il loro corpo impotente galleggiava nel liquido, una nuova luce fortissima iniziò a risplendere, raggi si irradiavano nel liquido e creavano dei fasci colorati che decorarono la sua tomba. Questa volta la coppia di aculei non era da sola, era accompagnata da una gemella che senza troppe cerimonie strappò le ali e le ripose compostamente accanto alle altre creature che si stavano spegnendo lentamente. Non provò troppo dolore, sentiva di stare per varcare la soglia mentre lo scempio sul corpo continuava. L’atto finale fu l’apertura dell’esoscheletro, con le lame che infine le staccarono la testa…
Riprese coscienza, era sudata e distesa sul pavimento del suo bagno. Le girava la testa, ancora, lo stomaco era in subbuglio, ancora, solo che questa volta si alzò di scatto e aprì la tavoletta del water per vomitare. Rimase inginocchiata con i conati per molto tempo e quando finì si ritrovò a terra stravolta e svuotata. Nel frattempo l’ologramma nella stanza accanto si illuminò, era passato un giorno e sullo schermo apparvero i risultati. Le onde cerebrali che hai prodotto durante la visione sono compatibili con la specie della “Drosophila Melanogaster” anche comunemente detto moscerinə della frutta. La voce robotica rimbalzava nella stanza e accolse Anna che faceva fatica a stare in piedi ma riuscì a barcollare fino lo schermo. Vuoi sapere altro? Perché ho la visione di una cazzo di mosca?! Si pentì subito di quelle parole e si sentì tremendamente in colpa per quella immotivata mancanza di rispetto per l’esserə. Lə aveva sentitə soffrire fino alla fine e portava i segni di quella sofferenza addosso. I cinque punti apparvero lasciando un vuoto che durò per un lunghissimo minuto. Dai tuoi parametri vitali risulti essere molto affaticata e noto anche che hai perso molti liquidi, idratati per favore poi potremmo riprendere la conversazione. Il sistema domotico le portò un bicchiere d’acqua che Anna scaraventò a terra con la poca forza che le era rimasta, si bagnò i piedi e una piccola scheggia di vetro le si conficcò nella gamba. Stephany ho bisogno di sapere cosa mi stia succedendo. Hai avuto una visione come quattro miliardi di esseri umani sulla terra, mi spiace che tu non sia riuscita a vedere la persona che ti stava tanto a cuore, aspetta, sì, tua sorella. Devi sapere che le persone con il “dono” possono vedere anche più di una vita. Non perdere la speranza e incrocia le dita, magari la prossima visione sarà quella buona. E un’emoji sorridente apparve sullo schermo. L’AI aveva compreso bene la domanda di Anna ma era programmata per aggirarla, infatti lei non era l’unica ad avere avuto una visione con dei protagonisti non umani. Stephany aveva segnalato già un centinaio di casi analoghi, i vertici della sanità erano in allerta, non si spiegavano il fenomeno e cercavano di tenere il massimo riserbo.
Quattro settimane prima, unə scienziatə conduce i suoi esperimenti di routine, è unə genetistə e sta studiando il genoma X.
Ora lə narratricə non è in grado di capire la materia di studio del suo progetto, ma aveva un vasto allevamento di moscerinə della frutta che teneva gelosamente in una teca di vetro, palesemente troppo stretta per il numero massivo della colonia. Mentre maneggiava gli strumenti della dissezione per pulirli, si punse involontariamente con uno dei suoi strumenti, che bucò la superficie di lattice dei suoi guanti e poi la pelle. Finita questa operazione, e non resosi conto della ferita, si mise a nutrire le creature che non avevano altra scelta che aspettarlo, e alla garza zuccherina si mischiò una minuscola porzione di sangue che fu sufficiente a far viaggiare LN068 nella colonia. Una settimana dopo, mentre dormiva, la piccola creaturina di miele striata ricordò di essere statə unə esserə assurdo, dalla vista limitata e dai sensi poco sviluppati, che però percepiva fortemente persə, dopo poco la creatura venne immersa nell’oscurità per non emergere più.
Viola Morini (Milano, 1997) è un’artista visiva e performativa. Il suo lavoro si basa su concetti di auto-teoria, fantascienza e immaginazione legati alla filosofia solarpunk. Le sue opere sono state presentate in Italia e all’estero: Almanac (Torino), Base (Milano), FOG Festival, Triennale (Milano), Last Tango (Zurigo), Two hours ago I fell in love festival (Rimini), Spazio Gamma (Milano), Palazzo Monti (Brescia), Dimora Artica (Milano) e Manifesta 12 (Palermo). Tra il 2022 e 2023 fonda a Venezia lo spazio artistico indipendente Venice Luggage Deposit Studio insieme a Giacomo Giannantonio. Nel 2024 espone la sua prima personale presso Spazio Boa (Bologna) curata dal collettivo goo.
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