Anamnesi di un’esposizione: il silenzio come sintomo
a cura di Genealogie del Futuro
Pratiche di intossicazione volontaria
di Imma Egizio
Veleno. Una questione di dose
di Cecilia Lattari
La mia lingua, mescolanza
di Carlotta Rodighiero
Sangue Celeste
di Carolina Iacucci
Silphion
di Emma Dotti e Federica Mariani
My Man
di Gaia Michela Russo
La Scogliera del Sacco
di Francesca Baglieri
EXSARNO
di Cecilia Scarfò
Ricordati che questa è la prima volta che vivi
di Viola Morini
Nel mio ventre un vaso di plastica.
Visualizzare la sesta estinzione di massa attraverso la necroscopia marina
di Angela Balzano e Luca Seguenza
Prolifera, poi prolifera ancora
di Nicolas Pezzotta
Fonti
per approfondire
Nel corso dell’Ottocento, a conclusione di un percorso iniziato da secoli, la palude venne innalzata a topos naturale della tossicità. Luogo pericoloso, malsano e mortifero, inevitabilmente intrecciato alla piaga malarica, tanto che la malattia stessa si diffuse con il nome di «febbre palustre» o «paludismo»1. L’origine del malanno veniva attribuita direttamente alle acque stagnanti e alla vegetazione in decomposizione – che rilasciavano nell’aria vapori pestilenziali e gas tossici – oppure a microrganismi vegetali nati nelle zone umide e trasportati dal vento a infettare i terreni. Né la scoperta, avvenuta nel 1880, dei plasmodi2 – i parassiti responsabili della malattia – né quella del 1898, relativa al ruolo di vettore della zanzara, riuscirono a scagionare le zone umide.
Malattia della terra
La necessità di igienizzare le zone paludose fu una delle motivazioni più efficaci nel giustificare quella che Mussolini stesso definì «guerra alle acque»3: la bonifica integrale che diventò legge nel 1928, proprio con il nome di Legge Mussolini4.
Il progetto riuniva in un unico sforzo i tratti maggiormente tossici del regime, mescolando pratiche colonialiste, propaganda, sottomissione del territorio e razzismo. La palude, «elemento di disordine, non solo idrogeologico, ma anche sociale, sanitario e morale»5, divenne il simbolo fisico delle comunità non allineate con il prototipo fascista di uomo: collettività da dissodare, prosciugare ed espellere come corpi infetti. Il piano era chiaro: «la bonifica della terra, e con la terra degli uomini, e con gli uomini della razza»6.
Sul piano pratico la guerra alle acque fu un fallimento: solo mezzo milione di ettari di terra redenti sugli otto inizialmente promessi7 e nessun progresso nella lotta alla malaria, che dilagò tra le migliaia di operai incaricati della bonifica e abbandonati senza alcuna profilassi8. Al netto di promesse infrante e risultati scarni, la vera battaglia si svolgeva sul piano estetico: la palude fuoriusciva dal canone fascista del bello in quanto utile: una visione agreste artefatta, dove la bellezza naturale era tale solo se ordinata, assoggettata allo sfruttamento e meccanizzata. Come fanno ben notare gli storici dell’ambiente Marco Armiero, Roberta Biasillo e Wilko Graf von Hardenberg, «l’estetica di una natura soggiogata divenne ben presto parte essenziale del più ampio uso politico dell’estetica portato avanti dal regime, una componente irrinunciabile del processo di nazionalizzazione delle masse»9. Lo sguardo fascista nei confronti della natura non è così dissimile da quello che, secondo la storica Estelle Zhong Mengual, permea le premesse dell’arte moderna, che guarda agli ecosistemi naturali come «luoghi senza contenuto»10 che acquisiscono valore solo in quanto ricettacoli dell’intervento umano.
La bonifica fascista non fu né la prima, né tantomeno la più efficace, ma seppe creare un immaginario e un modello di intervento che resistette ben oltre il disfacimento del regime, condannando, forse per sempre, le zone umide e la loro biodiversità. La bonifica integrale era, alla fine dei conti, la teorizzazione dell’estinzione programmatica di un’intera classe di habitat e di modi di abitarli.
Guerra anfibia
Proliferazioni visuali
Le paludi non sono sempre state «luoghi senza contenuto»; in alchimia, il loro immaginario era strettamente radicato a quello della “materia prima”: il punto di origine di ogni processo alchemico. Heinrich Khunrath – alchimista, filosofo e medico tedesco del Cinquecento – scrive a tal proposito: «Ecco che appare la Terra bagnata, umida, grassa e fangosa, adamitica, prima materia della creazione di questo grande Mondo, di noi stessi e della nostra vigorosa Pietra»15. Altre volte la palude torna nell’immagine del rospo, simbolo della melma oscura ma fertile della materia alchemica; o ancora, tra i molteplici nomi che le vengono affidati, la materia prima è nota anche come humiditas radicalis, l’umidità fondamentale. Quale ne sia il nome o l’incarnazione, l’immagine si riferisce allo stato primigenio delle cose, la potenzialità passiva da cui tutto si può ancora generare, il caos prima della forma. Alla palude si lega così un significato prezioso ma grezzo: una materialità che necessita ancora di una agency umana, per essere messa in forma.
Per superare questa subordinazione del vivente bisogna guardare alle speculazioni visuali del contemporaneo: a partire dal 2020, l’artista e poeta nigeriano-americanə Precious Okoyomon, fonda la propria ricerca sul suolo e le piante, spesso spontanee o invasive16, creando degli habitat vegetali di cui perde rapidamente il controllo.
Per The sun eats her children (2023), installata nella chiesa di Sant’Andrea de Scaphis a Roma, Okoyomon seleziona piante come lo stramonio, la lantana o la dulcamara, tutte accomunate dall’abilità di produrre veleno. La vegetazione prolifera secondo i propri meccanismi e reclama a sé lo spazio umano, mettendo in discussione le dinamiche di controllo e di potere su cui è costruito tradizionalmente il nostro rapporto con il vivente, così come la concezione di una natura passiva e indifesa. Negli ecosistemi di Okoyomon le tracce umane si sentono, ma non si vedono, diventano lo sfondo sfocato di una rigenerazione multi-specie in cui piante e farfalle – libere di vivere, riprodursi e, infine, morire – sfuggono a circuiti imposti a priori. L’opera fa eco alle parole di Achille Mbembe: «non possiamo fare a meno di riconoscere che una parte fondamentale della storia del vivente sfugga alla volontà umana»17. Il filosofo camerunense propone un diverso paradigma di “potenza”, intesa come fonte di energia vitale, che consiste nel «fare spazio per l’Altro, nell’abbracciare ciò che è inaspettato»18.
All’interno di questo quadro teorico si inserisce anche il lavoro di Jakob Kudsk Steensen, new media artist danese. Dalle valli del Po ci spostiamo alla palude della capitale tedesca: a partire dall’osservazione attenta delle zone umide di Berlino-Brandeburgo, in contatto con il Museum für Naturkunde, Kudsk Steensen ne studia l’ecosistema e la biodiversità animale e vegetale, attraverso processi di macro fotogrammetria e campionatura sonora, per ricombinarli in un paesaggio ibrido – virtuale e naturale al tempo stesso – attraverso il motore grafico Unreal Engine. Il risultato, dal titolo Berl-Berl (2021 – in corso), è un habitat interstiziale vivo e vibrante, popolato da mitologie riemerse e storie antiche, proprio come quella della nascita di Berlino che, come la maggior parte degli insediamenti urbani, nacque dall’incontro di gruppi umani con le zone umide: luoghi di ricchezza che fornivano sostentamento e risorse impareggiabili; la storia di queste comunità è una storia umana di dipendenza dalla palude.
Poi prolifera ancora
Ma l’acqua espulsa dalla terra tornerà a ripopolarla: le previsioni per il 2100 parlano di un innalzamento del livello del mare fino a un metro20 – sufficiente ad esempio a seppellire nell’umidità tutta la porzione tra il litorale odierno e Ferrara – come già successo quando comunità umane mesolitiche dovettero affrontare un innalzamento repentino delle acque e i loro reperti furono inghiottiti e preservati negli strati di torba, ora sommersi nel Mare del Nord21.
Come ricorda Okoyomon «Il suolo non ha dimenticato. Le piante non hanno dimenticato. L’archivio della memoria è reale. È il modo in cui impariamo dagli angeli della storia che ci guidano verso un mondo che desideriamo concretamente e nel quale vogliamo davvero vivere»22.
Quale memoria della nostra vita verrà tramandata nelle acque nei decenni a venire?
Continueremo con una storia ottusa di distruzione e bonifica, oppure saremo in grado di ripensare il nostro rapporto con il vivente, di imparare finalmente modi di proliferare in accordo con la palude?
1 Frank M. Snowden, La conquista della malaria, Einaudi, 2006, Torino, p. 8.
2 Per approfondire: Ivi, pp. 41-48
3 Francesco Filippi, Mussolini ha fatto anche cose buone, Bollati Boringhieri, Torino, 2019, p. 20.
4 Per approfondire: Francesco Filippi, Mussolini ha fatto anche cose buone, op. cit.
5 Marco Armiero, Roberta Biasillo, Wilko Graf von Hardenberg, La natura del duce. Una storia ambientale del fascismo, Einaudi, Torino, 2022, p. 43.
6 Da un discorso di Mussolini riportato in John De La Valette, Economic and social aspects of land reclamation in Italy, in «Journal of the Royal Society of Arts», LXXXVII, n. 4514, Ivi, p. 35.
7 Per approfondire: Francesco Filippi, Mussolini ha fatto anche cose buone, op. cit.
8 Per approfondire: Frank M. Snowden, La conquista della malaria, op. cit., pp. 212-216.
9 Marco Armiero, Roberta Biasillo, Wilko Graf von Hardenberg, La natura del duce. Una storia ambientale del fascismo, op. cit., p. 39.
10 Estelle Zhong Mengual espande il concetto apparso in Pierre Wat, Naissance de l’art romantique: peinture et théorie de l’imitation en Allemagne et en Angleterre, Flammarion, Parigi, 2013, in Estelle Zhong Mengual, Imparare a vedere. Il punto di vista del vivente, Castelvecchi, Roma, 2025, p. 38.
11 Membro del collettivo narrativo Wu Ming, apparso per la prima volta nel 1999 con il nome Luther Blissett.
12 Per approfondire: Annie Proulx, La palude, Aboca, Sansepolcro, 2023, pp. 31-45.
13 Wu Ming 1, Gli uomini pesce, Einaudi, Torino, 2024, p. 90.
14 Questi sono i modi in cui popolarmente vengono chiamati il Po e le sue paludi, diffusi tra le comunità del ferrarese. Per approfondire: Wu Ming 1, Gli uomini pesce, op. cit.
15 Heinrich Khunrath, Anfiteatro della saggezza eterna, sola, vera, Atanòr, Roma, 1973, in Titus Burckhardt, Alchimia. Significato e visione del mondo, SE, Milano, 2024, p. 88.
16 Per approfondire: Riccardo Venturi, Infestare il museo. Precious Okoyomon e il kudzu, in «L’uomo Nero. Materiali Per Una Storia Delle Arti Della Modernità», Vol. 22, n. 22-24, 2025, pp. 448-463.
17 Achille Mbembe, The Earthly Community, «e-flux», ottobre 2021. [Traduzione dell’Autore]
18 Ibidem. [T.d.A.]
19 Dati IPBES, ente intergovernativo delle Nazioni Unite dedicato allo studio e alla tutela di biodiversità ed ecosistemi; Media Release, ipbes.net, 5 maggio 2019.
20Sea Level, marine.copernicus.eu, 30 novembre 2024.
Nicolas Pezzotta (Merate, 1999) si diploma all’Accademia di Belle Arti di Brera nel biennio specialistico in Visual Cultures e Pratiche Curatoriali. Qui co-cura la mostra L’archivio imprevisto. Per una lettura femminista dell’archivio di Brera (2023). Nel 2025, a seguito di una residenza di ricerca a Kunst Meran, pubblica all’interno della raccolta Appunti dalla Linea Insubrica – a cura di Nadia Hemmami e Laura Pellegatta per Silvana Editoriale – il saggio Ricucire la memoria. Colonialismo e omissioni nel territorio di Bolzano. Nello stesso anno cura il catalogo della mostra personale Una benedizione mascherata di Danilo Sciorilli presso Casa Vuota, Roma. Nella sua ricerca, indaga le relazioni tra teorie femministe, pratiche decoloniali e narrative storiche nelle loro interconnessioni con le culture visuali.
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