Anamnesi di un’esposizione: il silenzio come sintomo

a cura di Genealogie del Futuro 

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Pratiche di intossicazione volontaria 

di Imma Egizio

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Veleno. Una questione di dose

di Cecilia Lattari

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La mia lingua, mescolanza

di Carlotta Rodighiero

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Sangue Celeste

di Carolina Iacucci

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Silphion

di Emma Dotti e Federica Mariani

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My Man

di Gaia Michela Russo

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La Scogliera del Sacco

di Francesca Baglieri

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EXSARNO

di Cecilia Scarfò

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Ricordati che questa è la prima volta che vivi

di Viola Morini

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Nel mio ventre un vaso di plastica. 

Visualizzare la sesta estinzione di massa attraverso la necroscopia marina

di Angela Balzano e Luca Seguenza

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Prolifera, poi prolifera ancora

di Nicolas Pezzotta

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Fonti

per approfondire

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Nel mio ventre un vaso di plastica.

Visualizzare la sesta estinzione di massa attraverso la necroscopia marina.

di Angela Balzano e Luca Seguenza

Nel body horror Crimes of the Future (2022), David Cronenberg presenta una società affetta – o per meglio dire, “dotata” – della Sindrome dell’Evoluzione Accelerata (AES). Nella prima scena del film, il bambino Brecken gioca su una spiaggia dando le spalle a una nave da crociera incagliata; nella successiva, vediamo lo stesso Brecken seduto sul pavimento del bagno, intento a ingerire con appetito un cestino di plastica, a significare come i “crimini del futuro” coincidono con i crimini presenti del consumismo e del sistema di produzione che li ha generati.

Lang Dotrice, il padre del piccolo, è il produttore di synth bars, alimento sintetico simile a barrette di cioccolato. Questa capacità metabolica si innesta nella struttura genetica e viene trasmessa alla generazione successiva, trasformando la specie in una sorta di Homo syntheticus.

Tuttavia, i corpi non mutano abbastanza in fretta per metabolizzare le scorie del tardo-capitalismo: il capodoglio Siso si sarebbe salvato se – dotato dell’AES cronenberghiana – il suo intestino fosse stato capace di sintetizzare i rifiuti del turismo “mordi e fuggi”1. Invece è morto nel Tirreno, soffocato da sacchi neri, un vaso di plastica, e un’enorme rete da pesca imbrigliata nella coda. Il suo scheletro, esposto al Museo del Mare di Milazzo (MuMa) insieme ai detriti estratti dal suo ventre, è il testimone-modesto di un modello di “sviluppo” che ci uccide nutrendoci delle nostre stesse scorie.

Di fronte a questa necroscopia ci diciamo contrariə alla purezza stessa, che con le parole della teorica Alexis Shotwell significa «riconoscere che, anche se viviamo in una città dove l’aria non ci fa ammalare, siamo comunque invischiatə nel problema […] dei luoghi contaminati».2

Giuliana Lo Presti, Senza titolo, Marinello (ME), 2020. Courtesy dell’artista

Questa tossicità condivisa ci impone di com/pensare i confini del vivente attraverso la “trans-corporeità” teorizzata dalla docente e ricercatrice in environmental humanities Stacy Alaimo: umanə e cetacei sono materialmente interconnessə dai flussi tossici. I policlorobifenili (PCB) illegali stipati nel grasso delle balene dimostrano ciò che la filosofa femminista Nancy Tuana definisce la «porosità vischiosa della [nostra] pelle che è anche la pelle del mondo»3.

A pagarne il prezzo, rievocando l’esasperazione genetica di Cronenberg, saranno proprio le generazioni future, umane e più-che-umane. Tuana ricorda che la porosità vischiosa dei corpi smentisce ogni rassicurante divisione tra natura e cultura, trovando la sua espressione più brutale proprio nel nutrimento primario: il latte materno.

Riprendendo gli studi della biologa e attivista Sandra Steingraber, Tuana sottolinea come il seno sia diventato, di fatto, un “tubo di scappamento” industriale: «Pertanto, l’effetto protettivo dell’allattamento […] sembra essere il risultato diretto del riversare un carico di agenti cancerogeni che dura tutta la vita dal proprio seno nel minuscolo corpo del neonato»4.

 

Questa porosità vischiosa intra-agisce e stermina nelle stesse acque in cui nuotava Siso, dove la raffineria Eni-Kuwait si staglia a ridosso della spiaggia: i fuochi di quelli che un futuro riconoscerà come crimini oggi ci riscaldano, ci nutrono. L’area è un Sito Contaminato di Interesse Nazionale saturo di idrocarburi cancerogeni. Il report Sentieri 20235 certifica questa necroscopia “a ventre aperto”: tra Milazzo e Pace del Male si registrano picchi di mortalità ischemica, patologie respiratorie e anomalie congenite che confermano le spietate dinamiche del bioaccumulo. Come teorizza la ricercatrice Dipali Mathur, la tossicità planetaria è ormai “una forma di vita”6, ma la necropolitica ambientale, razzista come ogni necropolitica7, opera con una subdola individualizzazione della colpa: accusando i vizi capitali del tardo-capitalismo (fumo, alcol, junk food), le campagne di prevenzione adottano un approccio a fattore singolo che oscura l’intossicazione sistemica, ignorando il modo iniquo in cui specifiche popolazioni vengono rese “disponibili a essere avvelenate”9

Giuliana Lo Presti, Senza titolo, Marinello (ME), 2020. Courtesy dell’artista

Noi mammiferə terrestri e marine siamo unite nella stessa kinship9: pinne che dischiudono mani e anche vestigia di arti inferiori, i nostri ventri e le nostre placente trattengono allo stesso modo plastiche, PCB e metalli pesanti. Una parentela spezzata dal suprematismo sapiens e dall’epidemia oncologica che la crescita infinita porta con sé: una vera e propria “ferita planetaria” condivisa, dove (anche) le creature più resistenti alla cancerosità negli oceani inquinati o a ridosso delle zone industriali sono da intendersi come co-sofferenti all’interno di una catastrofe ecologica comune.

 

E se rifiutassimo la via del complesso tecnoscientifico industriale? Non è lui ad aver ucciso Siso con la plastica e noi col lavoro, a mostrarsi interessato alle balene solo quando le scopre quasi immuni dai tumori che esso stesso causa in altrə mammiferə?10

Gaia Maggio, Appunto fotografico di Siso (dettaglio), MuMa Milazzo, 2023. Courtesy dell’artista.

Con gli occhi rivolti alla Calabria e i piedi ammollo nella Riserva di Capo Peloro riflettiamo sul come per decenni l’idrodinamismo di muntanti e scinnenti (le due correnti dello Stretto di Messina) è stato scambiato per un gigantesco sciacquone, «una comoda curvatura dello spazio ontologico capace di portare qualsiasi cosa si gettasse in […] un Altrove»11.

Rifiuti di ogni natura sono stati scaricati quotidianamente nelle acque dove Colapesce sorregge la Sicilia, essendosi il giovane sostituito, nel mito, a una delle tre colonne che tiene in equilibrio l’isola dalle sue estremità.

Ereditando questo abisso, sprofondiamo come Colapesce, ma siamo Mark Renton in Trainspotting (1996) di Danny Boyle e ci tuffiamo nel water più lurido, finendo in un mare spaziotemporale distante dalla toilet in cui ci eravamo chiusə per defecare tutte le droghe del tecnocapitalismo accelerazionista, solo per riemergere, soffocanti, nell’isola di plastica del Mediterraneo.

Il percolato si insinua negli organismi filtratori – saturando le carni dei molluschi – risale la catena alimentare e ricolonizza i nostri apparati digerenti. Nelle trattorie sullo Stretto li condiamo col sammurigghiu12, non curandoci del divenire sempre più esile dei loro gusci. In fondo – ma neppure in superficie – l’acidificazione delle acque non si vede. Alaimo ci ricorda che le geografie della sesta grande estinzione non sono sempre manifeste; la loro invisibilità chimica offre una prospettiva rassicurante, nascondendo il nuovo volto del collasso13.

 

Questa intimità trans-corporea solleva una questione radicale sulla sopravvivenza delle creature umane. Di fronte alla scomparsa di innumerevoli specie, la filosofa del postumanesimo Christine Daigle esorta sapiens ad abdicare al proprio eccezionalismo abbracciando la joyful extinction: un orizzonte in cui il nostro arretramento permetta alla rete della vita di prosperare14. Questa letizia postumana è già una prassi nel microcosmo: in natura vi sono potenti esempi di decrescita riproduttiva in cui il divenire molecolare di una specie favorisce il proliferare delle alterità. Le diatomee, ad esempio, riducono la propria taglia fino ad arrestare la moltiplicazione – non saturando le acque a svantaggio di altre forme di vita – e riavviando il ciclo sessuale solo in seguito15. Il mare abbonda di figurazioni testimoni di una decrescita redistributiva, come dimostra la Mastigias, medusoide che nuota verso la luce per compiacere le specie compagne fotosintetizzanti, venendone in cambio nutrita. La “gioia dell’estinzione” potrebbe darsi come divenire molecolare: per non incorrere nella devoluzione16 potrebbe rivelarsi utile mutare ontologicamente e biologicamente il modo in cui percepiamo noi stessə e ci relazioniamo con i paesaggi infetti che abitiamo.

Gaia Maggio, Cyclotella sp, Microscopio elettronico a scansione, Stazione Zoologica Anton Dohrn Napoli, 2024. Courtesy dell’artista.

Margulis ci aveva avvisatə: «[s]e sopravviveremo, dovremo certamente cambiare»17. Tuttavia, prima di metamorfare, dobbiamo compiere un collasso gerarchico, passando dall’antagonismo estrattivista alla simbiosi. Urge smantellare l’apice di quella piramide dove l’eccezionalismo si è tradotto in colonialismo, estrattivismo, specismo e dominio, che hanno imposto come universale una norma escludente (bianca-cis-etero), condannando il resto del vivente a zona sacrificabile.

 

Come scrivono Nina Lykke e Camila Marambio: «[d]obbiamo imparare a vivere nelle rovine lasciate dallo sfruttamento colonialista, dall’estrattivismo capitalista e dall’esaurimento delle ricchezze della Terra»18. Non ci resta quindi che com/pensare insieme con un esercizio di fabula speculativa; e con Margulis lo facciamo, portando a compimento la nostra AES. In overdose dalle scorie del tecnocapitalismo, ci inoculiamo sotto cute sottili strati di alghe e lasciamo che le onde ci trasportino insieme a plancton e microplastiche. È l’alba dell’Homo photosyntheticus. O meglio ancora dell’Humus photosyntheticus: semmai ci diremo ancora umanə in futuro potremmo «essere addirittura verdi, come conseguenza di una simbiosi»19, capaci di «disintossicar[c]i e di alimentar[c]i grazie alle [nostre] risorse interne»20.

 

Organismi ormai incapaci di ingerire cibo e che vivono dell’energia autotrofa prodotta al proprio interno dalle alghe, localizzate in uno scalpo che tenderà sempre più alla trasparenza per permettere il passaggio della luce. Con il tempo, questa discendenza simbiotica perderà del tutto la bocca: non masticherà più synth bars, né mangerà filetti di pesce saturi di policlorobifenili. Trasparente, tendente a una letargia metabolica, Humus photosyntheticus poltrirà in masse compatte sotto l’ombra della ormai dismessa raffineria di Milazzo, giocherellando pigramente con la plastica e il catrame ereditati e con i gusci ormai esili dei molluschi. Finalmente orizzontali. Finalmente humus.

Giuliana Lo Presti, Humus photosyntheticus, 2020. Courtesy dell’artista.

1 Per approfondire: Angela Balzano, Eva virale. La vita oltre i confini di genere, specie e nazione, Meltemi, Milano, 2024, pp. 102-116.

2 Alexis Shotwell, Against Purity: Living Ethically in Compromised Times, University of Minnesota Press, Minneapolis, 2016, p. 82. [Traduzione də Autorə]

3 Nancy Tuana, Viscous Porosity: Witnessing Katrina, in Stacy Alaimo, Susan Hekman (a cura di), Material Feminisms, Indiana University Press, Bloomington, 2008, p. 199. [T.d.A.]

4 Ivi, p. 201.

5 Gruppo di Lavoro SENTIERI, SENTIERI – Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento. Sesto Rapporto, in «Epidemiologia & Prevenzione», Vol. 47, n. 1-2, Suppl. 1, gennaio-aprile 2023.

6 Per approfondire: Dipali Mathur, Available to Be Poisoned: Toxicity as a Form of Life, Lexington Books, Lanham, 2022.

7 Per approfondire: Achille Mbembe, Necropolitics, in «Public Culture», Vol. 15, n. 1, 2003, pp. 11-40.

8 Per approfondire: Nina Lykke, Camila Marambio, Cancer Ecologies: A Queer Femme Portal, Bloomsbury, Londra, 2026.

9 Il concetto di Donna Haraway scardina le gerarchie di specie rivendicando una vulnerabilità condivisa tra creature umane e più-che-umane. Per approfondire: Donna Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto, Nero, Roma, 2019.

10 Per approfondire: Daniela Tejada-Martinez, João Pedro de Magalhães, Juan C. Opazo, Positive Selection and Gene Duplications in Tumour Suppressor Genes Reveal Clues about How Cetaceans Resist Cancer, in «Proc Biol Sci», Vol. 288, n. 1945, 24 febbraio 2021.

11 Timothy Morton, Iperoggetti. Filosofia ed ecologia dopo la fine del mondo, NERO, Roma, 2018, p. 44.

12 Emulsione di olio, limone, origano e aglio che muta da condimento a mezzo di “occultamento sensoriale”, permettendo al corpo di gustare la propria intossicazione.

13 Per approfondire: Stacy Alaimo, Allo scoperto. Politiche e piaceri ambientali in tempi postumani, Mimesis, Milano, 2024.

14 Per approfondire: Christine Daigle e Liette Vasseur, Is It Time to Shift Our Environmental Thinking? A Perspective on Barriers and Opportunities to Change, in «Sustainability», vol. 11, settembre 2019.

15 Per approfondire: Angela Balzano, Eva virale. La vita oltre i confini di genere, specie e nazione, op.cit., pp. 130-136.

16 Per approfondire: Lynn Margulis, Dorion Sagan, Microcosmo. Quattro miliardi di anni di evoluzione batterica, Mimesis, Milano, 2026.

17Ivi, p. 303.
18 Nina Lykke, Camila Marambio, Cancer Ecologies: A Queer Femme Portal, op. cit., p. 22. [T.d.A.]
19 Lynn Margulis, Dorion Sagan, Microcosmo. Quattro miliardi di anni di evoluzione batterica, op. cit., p. 322.
20Ivi, p. 323.

Angela Balzano (Maddaloni, 1984) è attivista transfemminista ed eco/cyborg/femminista, ricercatrice al Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino e coordinatrice del modulo Scienze del Master in Studi e Politiche di Genere dell’Università Roma 3. I suoi interessi di ricerca – muovendo da materialismo monista, epistemologie femministe e filosofie poststrutturaliste – si spingono sino a postumanesimo critico, cyborg ed ecofemminismo, per concentrarsi sulla giustizia riproduttiva in ambito umano e più che umano in relazione a territori ed ecosistemi.

 

Luca Seguenza (Messina, 1998) è artista multidisciplinare e dottorando presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo, supervisionato dalla professoressa Federica Timeto. Dal 2026 è Visiting PhD Candidate presso la Syddansk Universitet, co-supervisionato dalla professoressa emerita Nina Lykke e dal professor Michael Paulsen. La sua ricerca si colloca all’intersezione tra teorie neo-materialiste femministe, Blue Humanities e Critical Animal Studies.

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