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Pratiche di intossicazione volontaria 

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di Cecilia Lattari

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di Carlotta Rodighiero

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EXSARNO

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Nel mio ventre un vaso di plastica. 

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Prolifera, poi prolifera ancora

di Nicolas Pezzotta

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Fonti

per approfondire

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Pratiche di intossicazione volontaria

di Imma Egizio

Silvol in every useful form, in The Alienist and Neurologist, vol. 40–41, 1919–1920. Courtesy of Columbia University Libraries / Internet Archive © Public domain

La dose fa il veleno: già Paracelso, nel XVI secolo, formulava il principio secondo cui non esiste sostanza assolutamente innocua o assolutamente tossica di per sé, ma solo rapporti variabili tra corpi, quantità ed effetti1. La farmacologia moderna tradurrà questa intuizione nel concetto di finestra terapeutica, quell’intervallo variabile in cui una molecola produce effetti benefici senza oltrepassare la soglia della tossicità: al di sotto di questa il farmaco è inefficace, al di sopra diventa invece nocivo.

 

Questa logica non riguarda soltanto le sostanze chimiche, ma anche la scrittura, le immagini, i dispositivi tecnologici e il desiderio sembrano funzionare secondo un principio simile. Esiste una soglia oltre la quale ciò che amplia le possibilità percettive e cognitive si converte in saturazione, dipendenza o intossicazione. Proprio a partire da questa ambivalenza, Jacques Derrida si rifà alla riflessione sulla scrittura come pharmakon proposta da Platone2. Nel Fedro la scrittura viene caratterizzata da una duplicità costitutiva, al contempo rimedio e veleno, strumento di memoria e dispositivo di smarrimento3. Secondo Derrida il pharmakon si introduce nel corpo stesso del discorso nella sua ambivalenza, considerando la scrittura come qualcosa che conserva il sapere ma al contempo lo altera inevitabilmente, esponendolo a derive interpretative che allontanano progressivamente dalle intenzioni originarie dell’autore, causandone infine la perdita. Se la scrittura è una forma di contaminazione del linguaggio, l’intossicazione non rappresenta un incidente esterno alla produzione del sapere, ma una delle sue condizioni di possibilità. La tossicità smette di essere letta come deviazione patologica e appare invece come dinamica strutturale della produzione di senso. La modernità occidentale ha spesso raccontato la propria storia come un processo di emancipazione dalla superstizione, dall’eccesso e dall’alterazione. Eppure, sotto la superficie di questa apologia della ragione, si muove una genealogia diversa: quella delle sostanze, delle pratiche di alterazione, dei dispositivi che modificano la percezione e ridefiniscono il soggetto.

 

La cultura non appare più come il prodotto di una coscienza limpida e autonoma, ma come il risultato di continue contaminazioni tra corpo, linguaggio e chimica. La teorica e filosofa dei media Sadie Plant, in Scritti sulla/sotto droga, mostra con precisione come le sostanze abbiano attraversato la costruzione della modernità letteraria, filosofica e scientifica occidentale. In questo contesto, Plant richiama anche la figura dello scrittore britannico Thomas De Quincey, consumatore cronico di oppio, che descriveva questa sostanza come un dispositivo ambiguo capace di sospendere la lotta, la febbre, il tumulto, ma anche di trasformare l’immaginazione in una macchina persecutoria4. Plant racconta come De Quincey finisse per sentirsi «usato e abusato da quella che un tempo era stata una medicina»5. L’oppio produceva una forma di creatività la cui conseguenza era però la perdita di controllo sullo stesso processo creativo. L’intuizione di Plant è che la scrittura stessa diventi una tecnologia tossica, tendendo inevitabilmente a rivoltarsi contro chi la usa, non soltanto perché altera chi scrive, ma perché funziona come una protesi della memoria e del desiderio. In questo senso il rapporto tra autore e sostanza non riguarda semplicemente l’ispirazione e l’aspirazione romantica, ma un mutamento più profondo nella struttura della soggettività.

 

Il filosofo Paul B. Preciado radicalizza questa prospettiva trasformando il suo stesso corpo in un laboratorio farmacopolitico. In Testo tossico l’assunzione di testosterone non viene raccontata come terapia individuale, ma come pratica critica incarnata. Il corpo non è più il luogo naturale dell’identità, bensì uno spazio attraversato da molecole, desideri, apparati mediali, norme giuridiche e dispositivi di controllo. «La scrittura è il luogo nel quale abita la mia dipendenza segreta»6, scrive Preciado, indicando come parole e chimica siano ormai inseparabili. Il regime contemporaneo che Preciado definisce “farmacopornografico” produce soggettività attraverso l’intreccio di farmaci, pornografia, industria mediatica e biopolitica. La pillola anticoncezionale, il Prozac, il Viagra, il testosterone, gli antidepressivi e le sostanze ricreative non rappresentano anomalie marginali del capitalismo contemporaneo: sono infrastrutture attraverso cui il desiderio viene organizzato e amministrato. In questa prospettiva, il concetto di “autocavia” assume una centralità politica. Riprendendo Peter Sloterdijk, Preciado descrive l’autosperimentazione come tecnica di trasformazione cognitiva e corporea. Il sapere non nasce da una posizione esterna e neutrale, ma da un coinvolgimento diretto del corpo nel rischio dell’esperimento. L’autosperimentazione era infatti parte integrante della ricerca farmacologica fino alla fine del XVIII secolo. Il ricercatore assumeva su di sé il rischio della sostanza prima di somministrarla ad altri.

 

Con quella che Michel Foucault definisce modernità disciplinare, tra XVIII e XIX secolo il sapere viene organizzato in discipline istituzionalizzate fondate su norme, protocolli e pratiche di controllo7. In questo processo, il sapere scientifico tenta di separarsi dal corpo e dalla soggettività del ricercatore, perseguendo l’ideale dell’oggettività assoluta.

Secondo Preciado, questa rimozione ha prodotto anche la patologizzazione dell’intossicazione e l’addomesticamento delle pratiche sperimentali. Eppure molte delle grandi trasformazioni culturali moderne nascono proprio da pratiche di esposizione volontaria all’alterazione. La filosofia, la psicoanalisi, le avanguardie artistiche, la controcultura e persino parte della medicina si sviluppano come esperimenti di intossicazione controllata, non nel senso banale della ricerca di un eccesso autodistruttivo, ma come tentativo di destabilizzare i limiti della percezione, del linguaggio e della conoscenza. Anche Foucault considerava il pensiero una forma di sperimentazione, sostenendo che il processo stesso del pensare fosse un esperimento, mentre le sostanze rappresentavano per lui uno dei modi di esplorare il corpo e i suoi piaceri8. L’esperienza psicotropa non doveva essere giudicata in termini di vero o falso, realtà o illusione, ma come apertura a nuove possibilità percettive. Le sostanze non producono semplicemente mondi fittizi contrapposti alla realtà, ma modificano la realtà stessa attraverso il modo in cui il corpo la attraversa. Il punto non è allora stabilire se l’esperienza alterata sia vera o falsa, ma comprendere quali configurazioni politiche e percettive inedite renda possibili.

 

La filosofia diventa una pratica di destabilizzazione controllata, una forma di intossicazione epistemica, in cui ogni sapere implica una modificazione del soggetto che conosce. In Testo tossico questa intuizione assume una forma apertamente politica: proponendo un femminismo “pornopunk” fondato sulla sperimentazione corporea e semiotecnica, in cui il corpo della moltitudine e le trame farmacopornografiche che li costituiscono sono laboratori politici, Preciado insiste sul fatto che i processi di assoggettamento coincidono anche con possibilità di resistenza. L’idea di laboratorio è centrale, poiché il corpo non è più un’identità stabile da proteggere, ma un sistema aperto di connessioni, innesti e dipendenze. In questo senso l’amore stesso appare come una forma cibernetica tossica e l’innamorato diventa una creatura prostetica, collegata alle reti tecniche e chimiche che attraversano il pianeta: la dipendenza smette così di essere una categoria esclusivamente clinica e si trasforma in una condizione costitutiva dell’esistenza contemporanea. Le relazioni affettive, il lavoro cognitivo, la sessualità e la produzione culturale funzionano attraverso circuiti di eccitazione e assuefazione.

 

L’intero capitalismo contemporaneo può essere letto come un gigantesco sistema di gestione farmacologica dell’attenzione e del desiderio: dentro questo scenario, la scrittura continua a occupare una posizione ambigua – allo stesso tempo memoria e oblio, cura e veleno – conservando quell’instabilità originaria teorizzata da Platone e riproposta da Derrida. Producendo sapere espone il soggetto alla dispersione, alla contaminazione, alla dipendenza: forse è proprio per questo che tanti autori hanno immaginato la scrittura come una pratica vicina all’avvelenamento. Parlando della morte dell’amico e scrittore Guillaume Dustan – causata da ciò che i giornali definiscono una presunta intossicazione involontaria Preciado scrive: «Tu godevi della morte. Per questo ti permettevi di prendere il veleno della scrittura»9. La parola scritta appare qui come una sostanza capace di consumare il corpo mentre lo trasforma in traccia leggibile. La figura romantica dell’autore maledetto acquista allora un significato diverso. Non si tratta semplicemente di estetizzare l’autodistruzione, ma di riconoscere che ogni processo creativo implica una trasformazione del soggetto. Scrivere significa alterarsi, esporsi a una forza che eccede il controllo individuale. Le sostanze chimiche, gli psicofarmaci, i media e la scrittura condividono una stessa struttura ambivalente: promettono emancipazione mentre producono nuove dipendenze, ampliano le capacità percettive e cognitive mentre diminuiscono il controllo.

 

La questione politica decisiva non consiste allora nel rifiutare l’intossicazione in nome di una purezza impossibile, ma nel comprendere quali forme di soggettività essa renda praticabili. Non esiste un fuori estraneo alla contaminazione, esiste piuttosto la possibilità di trasformare l’intossicazione in pratica critica, l’alterazione in nuove possibilità di conoscenza e il corpo in uno spazio di sperimentazione politica. Forse il compito critico oggi non è guarire dalla tossicità, ma imparare a negoziare consapevolmente la sua ambivalenza.

1 Il principio secondo cui la tossicità dipende dalla dose è espresso nelle Septem Defensiones, in cui Paracelso afferma: «Alle Ding sind Gift, und nichts ist ohne Gift; allein die Dosis macht, daß ein Ding kein Gift sei» («Tutto è veleno, e nulla è senza veleno; la sola dose fa sì che qualcosa non sia un veleno») [Traduzione dell’Autrice]. Paracelso, Septem Defensiones: Die Selbstverteidigung Eines Aussenseiters, Schwabe, Basel, 2003.

2 Jacques Derrida, La farmacia di Platone, Jaca Book, Milano, 2015.

3 Platone, Fedro, Rizzoli, Milano, 2006.

4 Per approfondire: Thomas De Quincey, Confessioni di un oppiomane, Adelphi, Milano, 1979.

5 Sadie Plant, Scritti sulla/sotto droga, NERO, Roma, 2024, p. 24.

6 Paul B. Preciado, Testo tossico. Sesso, droghe e biopolitiche nell’era farmacopornografica, Fandango Libri, Roma, 2015, p. 51.

7 Michel Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Torino, Einaudi, 2014.

8 Michel Foucault, Follia e psichiatria. Detti e scritti 1957-1984, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2006.

9 Paul B. Preciado, Testo tossico. Sesso, droghe e biopolitiche nell’era farmacopornografica, op. cit., p. 366.

Imma Egizio (Napoli, 1994) è dottoranda presso il dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, con una ricerca che esplora le modalità in cui i sistemi computazionali riconfigurano l’apprendimento e la conoscenza come processi distribuiti e postumani. Attraverso uno studio situato che mette a confronto tecnologie mainstream e pratiche grassroots alternative, affiancando teoria e pratica nell’ambito della progettazione socioculturale, la ricerca mira a delineare nuove prospettive per una cultura digitale in cui l’apprendimento e la conoscenza mediati dalle tecnologie si basano su modelli di esperienze collaborative e comunitarie, capaci di sovvertire le logiche estrattive e restituire centralità all’esperienza, all’immaginazione e alla co-creazione di saperi condivisi.

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