Penna, compasso e squame di drago

a cura di Genealogie del Futuro

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Per non essere qui. Prevedere una mappa

di Matilde Ricci

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Geografie tattili: le mappe di Ammassalik Ø

di Vittoria Caschili

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Risonanze: contro-mappe per un’epistemologia del suono e del limite

di Arianna Pallotta

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Imagines Mundi

di Giulia Flavia Baczynski

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Dallo zenit all’orizzonte

di Marco Strappato

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Field test (bleeding hearts)

di Chiara Trivella

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Ridisegnare i margini: per una topografia collettiva del desiderio

di Anna Martinatti e Greta Papaveri

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Stellantis

di Matteo Gatti

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Piscgame

di Manuel Ghidini

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Ipervotum/Mappula

di Aurora Lacirignola

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L’archivio fotografico di Annabella Rossi come cartografia antropologica [dei margini] del Meridione

di Rosanna Carelli

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Esplorazioni di Identità di Confine in Gloria Anzaldúa e Sandra Cisnero

di Viola Nassi

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Fonti

per approfondire

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Risonanze: contro-mappe per un’epistemologia del suono e del limite

di Arianna Pallotta

Dalia Alva Pisoni, K'whalde submarine exploration N°5 - Abyssal moon stillbirth (2023)

«Chissà, mi domandai, se il nostro bisogno di svago, la smania di nuovo, non siano in realtà un impulso migratorio istintivo, affine a quello degli uccelli in autunno?»¹

 

 

Nel 2025, il WWF ha lanciato Protecting Blue Corridors, piattaforma online che permette di visualizzare in tempo reale le rotte migratorie di numerose specie di cetacei attraverso i Blue Corridors: collegamenti tra diverse aree geografiche marine che formano vere e proprie reti subacquee, delineati e resi oggi visibili in seguito a trent’anni di monitoraggio².

 

Il risultato della ricerca è dunque una mappa tracciata dai singoli esemplari che, migrando, ripercorrono le vie precedentemente tracciate dai loro antenati, orientandosi però attraverso sensi profondamente estranei a noi umani, che invece riponiamo completa fiducia nell’apparato visivo.

 

Le balene e i delfini ricorrono infatti all’ecolocalizzazione e, secondo evidenze variabili per specie, a informazioni magnetiche³, emettendo segnali con componenti spettrali ben al di sopra del limite di 20 kHz percepibile dall’udito umano. 

 

Questa modalità di orientamento mostra come l’idea stessa di ambiente non sia un dato oggettivo, ma una costruzione dipendente dal modo in cui viene percepita ed elaborata. Ciò che consideriamo ovvio persiste solo perché risponde alle condizioni sensoriali che lo rendono leggibile. Nessun senso è autosufficiente poiché ogni percezione produce solo una delle possibili configurazioni della realtà, acquistando significato solo in relazione agli altri sensi.

 

La geografia interna è quindi sempre il frutto di un’interazione tra corpo, tecnica e storia collettiva. 

 

Per comprendere la portata del progetto Protecting Blue Corridors è necessario considerare l’approccio ecologico che lo ispira, fondato sull’emergere di pattern migratori che si configurano come forme estreme di desire paths. Quelli delle balene sono percorsi spontanei che non organizzano lo spazio dall’alto, ma lo abitano dall’interno, rivelando un rapporto organico e incarnato con l’ambiente marino traducibile in trame di relazioni che si mantengono e si trasformano nel tempo7.

 

Un elemento significativo, oggi oggetto di crescente interesse scientifico, è che i limiti, quindi l’esistenza stessa, di tali corridoi sembrano essere riconosciuti e tramandati anche attraverso la dimensione acustica. Le vocalizzazioni delle balene, veri e propri segnali di orientamento e forme di memoria collettiva, costruiscono una mappatura sonora e incarnata dell’oceano che si rinnova di generazione in generazione5. La memoria e l’esperienza sensoriale divengono così colonna portante della produzione di richiami, echi, variazioni di tono e di ritmo in un intreccio acustico che costituisce un autentico dispositivo di trasmissione culturale.

 

Mentre si spostano, le balene “cantano”, manifestando e creando il mondo attraverso forme immateriali, in una modalità dove l’apparato grafico tipico della cartografia perde la sua forza. Questa mappatura di suoni è utilizzata anche da altre specie animali, come per esempio alcuni uccelli, oltre che dalle popolazioni aborigene australiane.

 

Nel libro Le Vie dei Canti, lo scrittore e viaggiatore britannico Bruce Chatwin racconta la sua esperienza sul campo nell’outback australiano, dove ha esplorato il rapporto profondo che lega gli aborigeni alla pratica delle Songlines, intese come narrazioni mitiche orali e, al tempo stesso, strumenti di conoscenza che permettono alle comunità di trasmettere memoria, storia e un’intima relazione con il territorio, delineando una geografia collettiva alternativa. Le Songlines appartengono alla tradizione aborigena australiana dei miti del “Tempo del Sogno”, l’epoca precedente alla creazione, che racconta l’origine del mondo come il risultato dei percorsi compiuti dai creatori ancestrali. Mentre attraversavano il continente, gli antenati cantavano e, cantando, modellavano il paesaggio in montagne, corsi d’acqua, vallate e punti sacri. La loro voce si è così incarnata in mappe orali, tramandate poi di generazione in generazione, in cui ogni elemento naturale corrisponde a un frammento di melodia. Ogni luogo è dunque parte integrante della storia dei singoli e mettersi in viaggio cantando una Songline significa percorrere lo spazio in maniera viva, partecipando alla stessa energia creatrice che ha dato origine al mondo.  

 

Come riporta Chatwin, «mi pareva che le Vie dei Canti non fossero necessariamente un fenomeno australiano, ma universale»6. In quest’ottica i canti delle balene, così come le Songlines, sfuggono alla logica del dominio dello sguardo: qui la spazialità prevale sulla linearità. Il suono in un ambiente acquatico opera come tessuto connettivo piuttosto che come strumento di delimitazione; abita lo spazio invece di limitarsi a rappresentarlo.

 

La distinzione tra tracciato sonoro e mappa diviene qui cruciale. La mappa riproduce un modello già dato, il tracciato sonoro invece è ramificato, in divenire e aperto a nuove connessioni. Le Songlines si avvicinano a questa seconda dimensione generando relazioni invece di fissare confini, facendo emergere la coesistenza di molteplici spazi in un medesimo flusso invece di imporre un ordine dall’alto. La terra e il mare, attraversati dai loro canti, divengono una topologia vibrante, una rete in movimento.

 

Le ricerche etologiche mostrano che i cuccioli di megattera non nascono con un canto innato, ma lo apprendono nel gruppo, partecipando a una trasmissione culturale collettiva che si evolve nel tempo. Questo processo non solo evidenzia una grande intelligenza e adattabilità, ma è anche straordinariamente simile ai meccanismi specifici tribali individuati da Chatwin. Secondo gli studiosi questa trasmissione sonora costituisce una delle più vaste reti di comunicazione del pianeta. Ciò che nelle società umane avviene attraverso l’alfabeto o il linguaggio visivo, per le balene avviene attraverso la risonanza acustica che si fa oralità ecologica, dove la conoscenza è diffusa e incarnata.

 

Analogamente, nelle culture aborigene, il cammino lungo le Songlines è un atto rituale e cosmologico: ogni individuo, nel corso della vita, deve compiere un viaggio che ripercorre i sentieri degli antenati, riattivando la memoria del “Tempo del Sogno”. Camminare e cantare coesistono: muoversi nello spazio è allo stesso tempo un atto di conoscenza e di creazione, secondo un’epistemologia sonora che contrasta con l’epistemologia ottica della modernità occidentale. 

 

Se quest’ultima ha costruito il sapere sulla visione e sulla sorveglianza, i desire paths4 dei cetacei e le Songlines degli aborigeni propongono una conoscenza fondata sull’ascolto, che per sua natura è relazionale e innesco di apertura, reciprocità e vulnerabilità. In questo senso, il suono decostruisce la separazione tra soggetto e oggetto, tra umano e non umano, restituendo al mondo una dimensione di co-appartenenza. Abitare è una forma di conoscenza, così come conoscere un luogo significa muoversi e risuonare con esso.

 

In continuità con questa prospettiva, anche nella nostra epoca, il canto e il suono si rivelano strumenti di trasmissione universale e di connessione tra esseri viventi. Nel 1977 vennero inviate nello spazio, a bordo della sonda Voyager I, alcune opere significative della storia della musica, oltre a registrazioni del canto delle balene e degli uccelli, come testimonianza rilevante della “voce” del nostro pianeta. La scelta di includere il canto delle balene accanto a sinfonie di Johann Sebastian Bach e a brani di Chuck Berry è un’operazione quasi romantica, ma manifesta anche la consapevolezza profonda che la capacità di articolare emozioni e di connettersi, attraverso il suono, appartiene a molteplici forme di vita. Inviare canti nello spazio è il gesto più radicalmente ottimista compiuto dalla nostra specie: testimone della fiducia che, anche nell’infinito silenzio cosmico, qualcuno possa riconoscerci come compagni di viaggio nell’universo, perché ogni volta che cantiamo stiamo attraversando il confine tra solitudine e possibilità di dialogo.  

 

Se il canto ci connette tra specie e ci proietta verso l’infinito, esso mostra anche come il suono possa essere uno strumento di conoscenza e resistenza qui sulla Terra. La nozione di contro-mappa sonora permette di comprendere come il suono e il canto diventino strumenti di resistenza epistemologica. Laddove la mappa tradizionale ordina il mondo secondo categorie di potere, la contro-mappa sonora – un modo alternativo di conoscere e costruire la realtà – lo restituisce alla molteplicità delle relazioni. Gli elementi che popolano i luoghi, quindi anche l’essere umano stesso, non solo occupano uno spazio fisico, ma contribuiscono a trasformare quello spazio in un “luogo” attraverso la loro presenza, il loro significato e la loro capacità di definire l’ambiente. In questo senso, il luogo è ciò che si incarna mentre si tracciano connessioni.

 

Forse, allora, lo stesso desiderio umano di viaggiare, muoversi e cambiare non è che un’eco di quella antica memoria migratoria inscritta nella materia vivente; un richiamo alla vibrazione universale che lega tutti gli esseri attraverso il suono, la memoria e il movimento. In fondo, come ricordano gli aborigeni, «tutte le parole che usiamo per paese sono le stesse che usiamo per via»8, perché il mondo non è un territorio da rappresentare, ma un canto da percorrere.

¹ Bruce Chatwin, Le Vie dei Canti, Adelphi, Milano, 1988, p. 216.

² Per approfondire: https://bluecorridors.org/.

³ Per approfondire: Rebecca Giggs, Le regine dell’abisso, Aboca edizioni, Sansepolcro, 2021.

 Un desire path è un percorso che si forma gradualmente quando persone o animali attraversano ripetutamente la stessa area, dando origine a una linea chiara e visibile che rappresenta la via preferita da chi la percorre. Questi sentieri spontanei spesso indicano il tragitto più diretto o conveniente rispetto ai percorsi ufficialmente progettati.

Per approfondire: Rebecca Giggs, Le regine dell’abisso, op.cit.

Bruce Chatwin, Le Vie dei Canti, op.cit., p. 180.

Per approfondire: Rebecca Giggs, Le regine dell’abisso, op.cit.

Bruce Chatwin, Le Vie dei Canti, op.cit., p. 80.

Arianna Pallotta (Pinerolo – TO, 2001) vive, studia e lavora a Torino. Dopo una laurea triennale a indirizzo pratico-artistico, prosegue il suo percorso formativo all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino nel corso di Comunicazione dell’arte contemporanea. Si dedica a pratiche curatoriali ed espositive, con particolare attenzione ai linguaggi e alle dinamiche della mediazione culturale. Sta approfondendo l’ambito della critica d’arte e della scrittura, con l’obiettivo di collaborare a progetti e con istituzioni impegnati nella divulgazione culturale.

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