Penna, compasso e squame di drago

a cura di Genealogie del Futuro

read more

 

Per non essere qui. Prevedere una mappa

di Matilde Ricci

read more

 

Geografie tattili: le mappe di Ammassalik Ø

di Vittoria Caschili

read more

 

Risonanze: contro-mappe per un’epistemologia del suono e del limite

di Arianna Pallotta

read more

 

Imagines Mundi

di Giulia Flavia Baczynski

read more

 

Dallo zenit all’orizzonte

di Marco Strappato

read more

 

Field test (bleeding hearts)

di Chiara Trivella

read more

 

Ridisegnare i margini: per una topografia collettiva del desiderio

di Anna Martinatti e Greta Papaveri

read more

 

Stellantis

di Matteo Gatti

read more

 

Piscgame

di Manuel Ghidini

read more

 

Ipervotum/Mappula

di Aurora Lacirignola

read more

 

L’archivio fotografico di Annabella Rossi come cartografia antropologica [dei margini] del Meridione

di Rosanna Carelli

read more

 

Esplorazioni di Identità di Confine in Gloria Anzaldúa e Sandra Cisnero

di Viola Nassi

read more

 

Fonti

per approfondire

read more

Esplorazioni di identità di confine in Gloria Anzaldúa e Sandra Cisneros

di Viola Nassi

Massimiliano Ricci, Rifugio

«Sono una donna con un piede in entrambi i mondi; e rifiuto di dividermi»¹

 

Il trattato di Guadalupe-Hidalgo del 1848, che pose fine alla guerra messico-statunitense di metà Ottocento (1846-1848), ridisegnò la mappa del Messico moderno, il quale dovette cedere il 55% dei propri territori agli Stati Uniti. Lə chicanə di confine vengono consideratə come non totalmente appartenenti alla società e cultura statunitense, ma neanche a quella messicana. La letteratura femminista chicana contemporanea affronta l’argomento della vita nelle borderlands come uno spazio liminale dove el otro lado – l’altro lato della frontiera – è un concetto contraddittorio e paradossale, che muta di significato in base alla posizione geografica occupata dal soggetto. Esempi sono il testo ibrido Borderlands/La Frontera: The New Mestiza (1987) dell’autrice, filosofa e attivista femminista Gloria Anzaldúa, e il racconto Mai sposare un messicano (2019) della scrittrice e poetessa Sandra Cisneros. Entrambe le opere presentano voci femminili di confine che navigano attraverso un’identità apparentemente frammentata, dovendo negoziare il proprio essere troppo statunitensi per essere messicane, e troppo messicane per essere statunitensi.

 

In Borderlands, che unisce reportage, poesia e autoetnografia, Anzaldúa fa sentire la propria voce di tejana² lesbica proletaria delle borderlands. Tale esperienza è influenzata dalla reazione agli eventi storici della sua famiglia, che non migrò mai dal Messico: «I miei antenati indigeni risalgono a 20,000/25,000 anni fa, e questa è la mia età in questa terra […] il Texas faceva parte dello stato messicano di Tamaulipas»³. A partire da questo legame ancestrale tra la propria soggettività e la “terra”, che prescinde qualsiasi delimitazione arbitraria dello spazio, Anzaldúa analizza le sfide dell’esistenza di confine come «una ferita aperta lunga 1,950 miglia / che divide un pueblo, una cultura, / che attraversa tutta la lunghezza del mio corpo, / conficcando assi come recinto recinto nella mia carne, / mi apre in due mi apre in due / me raja me raja»4. Il limite geografico fra Messico e Stati Uniti diviene un elemento tanto personale quanto invasivo e penetrativo, a tal punto che la violenza inflitta dall’artificialità del confine causa un dolore sia fisico che mentale in Anzaldúa che si definisce “aperta in due”. Tale condizione colpisce l’intero pueblo chicano. L’immagine di una ferita aperta sembra proporre una connessione fra corpo, territorio e cultura, e la rappresentazione dell’identità chicana di confine appare, seguendo la narrazione di Anzaldúa, frammentata.

 

Nel riflettere su cosa otro lado significhi per chi vive nelle borderlands, la concezione di Anzaldúa su un’esistenza ai margini mette in discussione le dicotomie riguardo ai lati del confine stesso, formulando le possibilità di incarnare nuove forme identitarie. Ed è proprio da quella herida abierta, «dove il terzo mondo sfrega contro il primo e sanguina» che può emergere «la linfa vitale di due mondi che si fondono per creare una terza nazione – una cultura di confine»5. Una violenta collisione che dà vita a quella che Anzaldúa chiama una nuova coscienza mestiza6, concetto sul quale l’autrice continuò a lavorare in numerose opere a seguito della pubblicazione di Borderlands: «Nel cercare una sintesi, il sé chicano aggiunge un terzo elemento che è maggiore della somma delle sue parti individuali. Questo terzo elemento è una nuova coscienza – una coscienza mestiza – e sebbene essa sia una fonte di intenso dolore, la sua energia proviene da un continuo movimento creativo che non smette mai di decostruire l’aspetto unitario di ogni nuovo paradigma»7.

 

Tale coscienza mestiza delle borderlands nasce quindi dalla collisione dialettica degli elementi originali – i due otros lados –, e «l’aspetto unitario» di ognuna delle componenti viene smantellato costantemente dalla presenza della soggettività chicana in entrambe le culture. In questa ottica, le borderlands, concetto teorico e spazio geografico, divengono il luogo dove un’identità e una coscienza chicana mestiza multidimensionale possono svilupparsi trascendendo il sistema apparentemente binario dei due lati. La teorizzazione di Anzaldúa cattura quindi la realtà dell’esperienza di vita «nel mezzo», facendo riferimento alle ambivalenze e complicazioni dell’esistenza di confine8.

 

Questa dicotomia emerge anche dal racconto Mai sposare un messicano di Sandra Cisneros. La protagonista, Clemencia, è una pittrice e traduttrice chicana nata e cresciuta negli Stati Uniti. Clemencia si presenta molto sicura di sé e intrattiene relazioni con uomini anglo-americani bianchi e sposati per asserire in qualche modo potere sulle vite altrui: «Sono colpevole di aver deliberatamente causato sofferenze ad altre donne. Sono crudele e vendicativa e sono capace di tutto»9. La protagonista non prova rimpianto per le sue vendette, che vengono esplorate nel dettaglio durante la storia. Il racconto si apre con una sua riflessione: «Mai sposare un messicano, diceva sempre mia madre. Diceva così per via di mio padre. E lo diceva anche se era messicana pure lei. Ma lei era nata qui negli Stati Uniti e lui invece laggiù; e non è la stessa cosa, come si sa»10. La contrapposizione fra «qui» e «laggiù» viene immediatamente stabilita, e Clemencia mette subito in chiaro quanto questo binarismo sia dato per scontato, «come si sa». Sebbene specifichi, parlando della madre, che «era messicana pure lei», il «qui» e il «laggiù» rappresentano due divisori che apparentemente separano l’identità di confine in due in base al lato del confine occupato. Questa prospettiva, che Clemencia ha acquisito durante la sua esperienza di vita come chicana, ricorda la “ferita aperta” di Anzaldúa: il «come si sa» colloquiale utilizzato durante la riflessione iniziale del racconto suggerisce una certa rassegnazione critica da parte della protagonista nei confronti dell’interlocutore: l’ennesima ammissione che ci sia effettivamente una distinzione in chi abita la frontiera tra l’essere chicana o messicana.

 

Come Cisneros spiega in un’intervista circa la propria identità di chicana, «in un certo senso non siamo messicanə, e in un certo senso non siamo neanche americanə»11, anche Clemencia commenta ripetutamente le posizioni geografiche occupate dai propri genitori. Parlando di suo padre riflette, «se avesse sposato una donna bianca da el otro lado, be’, allora sarebbe stato diverso. […] Ma cosa sarebbe stato più ridicolo di una ragazza messicana che non parlava neanche spagnolo»12. Il personaggio stesso sembra mettere la propria identità in pausa per quasi tutta la durata della narrazione in prima persona. Ma dopo che la relazione con il suo amante finisce per scelta dell’uomo, Clemencia pondera, «E poi, lui non avrebbe mai potuto sposare una come me. Non avrai mica pensato che…? Mai sposare una messicana. Mai sposare una messicana… No, no, naturalmente, no»13 e, tramite la sua esperienza intersezionale come donna e chicana, mette in discussione la distinzione che lei stessa pone all’inizio del racconto. 

 

La critica statunitense Jean Wyatt sostiene che Mai sposare un messicano presenti l’identità di confine come «debilitante» e «disorientante», un peso che Clemencia deve portare sulle proprie spalle per tutta la vita14. Analizzando però la figura di Clemencia tramite la lente critica di Borderlands, diventa chiaro come la chicana di confine debba inevitabilmente attraversare «una lotta della carne, una lotta fra confini, una guerra interiore»15 a causa della sua posizione riguardo alle sue due culture, per poi arrivare a una concezione della propria identità come fluida e multidimensionale.

 

È proprio questa ambiguità che enfatizza la potenza letteraria di Cisneros nella sua interpretazione dell’esistenza di confine. La mancanza di ottimismo che Wyatt legge non implica necessariamente un senso di identità negativo o frammentato. Al contrario, il personaggio di Clemencia può essere letto come una coscienza mestiza in divenire; lei pensa: «Io sono anfibia. Sono una persona che non appartiene ad alcuna classe»17. Si trova nel mezzo, in una posizione dove la propria frammentarietà non viene negata, ma esplorata. Così come Anzaldúa scrive che la chicana «ha una personalità plurale, opera dentro di un modo pluralistico – niente viene lasciato fuori, il bello, il brutto e il cattivo, niente viene rifiutato, e niente viene abbandonato. La chicana non solamente ha numerose contraddizioni, lei trasforma l’ambivalenza in qualcosa di nuovo»18. Anche Clemencia riflette la medesima ambiguità nella sua esplorazione di un “io” né stabile né fisso, costantemente in trasformazione. Nel rappresentare le collisioni che frammentano la soggettività della propria protagonista, Cisneros crea uno spazio letterario multidimensionale dove la vita di confine viene esposta nelle proprie contraddizioni – senza la necessità di doverle risolvere, ma piuttosto mostrandole nella propria interezza. 

 

Nonostante l’artificialità e la violenza della costruzione e delimitazione della mappatura geografica di el otro lado, scrittrici come Gloria Anzaldúa e Sandra Cisneros hanno sviluppato un concetto di identità letteraria di confine che supera la mera visione binaria. Entrambe le autrici sfidano l’idea che la chicana nella letteratura sia sempre destinata a percepirsi come una figura marginale nel proprio mondo19, esplorando un’identità di confine chicana fluida.

¹ Cherríe Moraga, Gloria Anzaldúa (a cura di), This Bridge Called My Back: Writings by Radical Women of Color, State University of New York Press, Albany, 2015, p. 29. [Traduzione dell’Autrice]

² Il termine tejana indica una donna chicana proveniente dalla zona del Texas.

³ Karin Rosa Ikas, Gloria Anzaldúa, in Chicana Ways: Conversations with Ten Chicana Writers, University of Nevada Press, Reno, 2002, p. 9. [TdA]

Gloria Anzaldúa, Borderlands/La Frontera: The New Mestiza, Aunt Lute Books, San Francisco, 2012, p. 24. [TdA]

 Ivi, p. 25. [TdA]

Il termine mestiza indica le persone di discendenza mista europea e indigena.

Gloria Anzaldúa, Borderlands/La Frontera: The New Mestiza, op. cit., pp. 101-102. [TdA]

Per approfondire: Monica Perales, On Borderlands/La Frontera: Gloria Anzaldúa and Twenty-Five Years of Research on Gender in the Borderlands, in «Journal of Women’s History», Vol. 25, n. 4, pp. 163-173, 2013.

Sandra Cisneros, Mai sposare un messicano, in Piccoli miracoli, La Nuova Frontiera, Roma, 2019, p. 82.

¹⁰ Ibidem.

¹¹ Aranda Pilar E. Rodríguez, On the Solitary Fate of Being Mexican, Female, Wicked and Thirty-Three: An Interview with Writer Sandra Cisneros, in «Americas Review», Vol. 18, n. 1, pp. 64-68, 1990, p. 66. [TdA]

¹² Sandra Cisneros, Piccoli miracoli, op. cit., pp. 83-84.

¹³ Ivi, p. 96.

¹Per approfondire: Jean Wyatt, On Not Being La Malinche: Border Negotiations of Gender in Sandra Cisneros’s “Never Marry a Mexican” and “Woman Hollering Creek”, in «Tulsa Studies in Women’s Literature», Vol. 14, n. 2, pp. 243-271, 1995.

¹⁵ Gloria Anzaldúa, Borderlands/La Frontera: The New Mestiza, op. cit., p. 100. [TdA]

¹⁶ Per approfondire: Jean Wyatt, On Not Being La Malinche: Border Negotiations of Gender in Sandra Cisneros’s “Never Marry a Mexican” and “Woman Hollering Creek”, op. cit.

¹⁷ Sandra Cisneros, Piccoli miracoli, op. cit., p. 86.

¹Gloria Anzaldúa, Borderlands/La Frontera: The New Mestiza, op. cit., p. 101. [TdA]

¹Per approfondire: Margarita Cota-Cárdenas, The Chicana in the City as Seen in Her Literature, in «Frontiers: A Journal of Women Studies», Vol. 6, n. 1/2, pp. 13-18, 1981.

Viola Nassi (Massa Marittima – GR, 1997), dottorandə di ricerca presso l’Università di Leicester, Inghilterra, lavora a un progetto che connette la letteratura femminista sulla storia coloniale di genere del Messico all’attivismo transfemminista contemporaneo del Paese, collaborando personalmente con le realtà messicane tramite gruppi di lettura e interviste. Oltre al lavoro accademico, Viola conduce un’attività social di divulgazione intersezionale su malattie croniche, neurodivergenza, femminismo decoloniale e identità di genere.

Ciao!

Genealogie del Futuro è un’associazione culturale no-profit e le sue attività editoriali sono autofinanziate.

In questo spazio puoi sostenere le nostre attività con una piccola donazione.

Se hai già partecipato ai nostri eventi e ti sono piaciuti puoi aiutarci a realizzare i prossimi.

xenia è anche cartaceo! Se vuoi ricevere la tua copia, scrivici una mail a info@genealogiedelfuturo.com