Penna, compasso e squame di drago
a cura di Genealogie del Futuro
Per non essere qui. Prevedere una mappa
di Matilde Ricci
Geografie tattili: le mappe di Ammassalik Ø
di Vittoria Caschili
Risonanze: contro-mappe per un’epistemologia del suono e del limite
di Arianna Pallotta
Imagines Mundi
di Giulia Flavia Baczynski
Dallo zenit all’orizzonte
di Marco Strappato
Field test (bleeding hearts)
di Chiara Trivella
Ridisegnare i margini: per una topografia collettiva del desiderio
di Anna Martinatti e Greta Papaveri
Stellantis
di Matteo Gatti
Piscgame
di Manuel Ghidini
Ipervotum/Mappula
di Aurora Lacirignola
L’archivio fotografico di Annabella Rossi come cartografia antropologica [dei margini] del Meridione
di Rosanna Carelli
Esplorazioni di Identità di Confine in Gloria Anzaldúa e Sandra Cisnero
di Viola Nassi
Fonti
per approfondire
a cura di Genealogie del Futuro
Hic sunt dracones.
Nelle mappe medievali veniva così marchiato ciò che non si sapeva descrivere: quei territori selvatici e inesplorati non ancora contenuti in qualche perimetro segnico. Lì c’era il drago, creatura sbuffante alla soglia di un altrove ambiguo, impossibile da ridurre a misura, lontano da ogni pacificante traduzione. Ai margini della mappa, dove il territorio sfugge al disegno e la conoscenza vacilla, il mondo non è ancora stato ordinato, nominato, posseduto, amministrato. Il drago allora non segnala tanto ciò che esiste, quanto ciò che resiste alla rappresentazione.
In quelle zone grigie, il sapere cartografico sospende la propria pretesa di oggettività e rivela la sua natura immaginativa, perché dove la mappa si interrompe emergono i mostri, gli ibridi e i fantasmi. Tali figure dell’altrove si incarnano simbolicamente nel corpo non ancora addomesticato del drago, che è la dichiarazione di un limite conoscitivo. Le curve della sua immagine si allontanano dalle linee rette del tracciato cartografico, ne sono la componente negativa: monito a non procedere oltre, ma anche matrice di una pulsione esplorativa, agonistica, che punta al mostro dragone per redimerlo dalla sua bestilalità, “civilizzarlo”, colonizzarlo, renderlo parte di una storia non sua.
Perché il «limite» è sempre visto dagli occhi del cartografo: la retorica della frontiera, la soglia che si deve anche superare, annichilire, le linee sulla carta che recintano una terra come uno steccato recinta degli animali, il segno pulito come principio di addomesticazione.
«Qui ci sono i draghi»: paradossalmente, le ecologie materiali, culturali, sociali, così come le stratificazioni storiche dei territori non ancora mappati perdono il loro coefficiente di realtà, proiettandosi in un’immagine di fantasia che è un miscuglio di pericolo, paura, fascino, eleganza, regalità, bestialità. Se «Qui ci sono i draghi», tutto il resto scompare, diventa residuo e ridondanza da smaltire.
Qual è allora quindi il legame tra fantasia, scienza e ideologia?
Considerare la cartografia come gesto complesso al crocevia di queste tre categorie è un tentativo per riflettere sulle matrici della pulsione rappresentativa, sulla sua storicità e sulle sue implicazioni estetiche e politiche negli squilibri della società globalizzata.
Oggi risuona ancora una domanda antica: uccidere il drago e prenderne il tesoro? Oppure lasciarlo sbuffare, nel suo eccesso di stranezza e sacralità?
Uccidere l’altrove: conquistare per fuggire dalla paura, annichilire per controllare; la linea sulla tavola diventa marcatore di oppressione e divisione. È il taglio che incide la carne della creatura per addomesticarla, così come i segni tracciati con compasso e riga, nel tentativo di ordinare arbitrariamente lo spazio, feriscono il corpo della realtà.
L’altrove sbuffa: incomprensibile e gassoso, nel suo eccesso destabilizza l’ordine dello sguardo che ora si mette in ascolto, e allora anche le mappe smettono di guidare e iniziano a interrogare; il tracciato diventa gesto di apertura e l’orientamento si trasforma in immaginazione.
Se «la mappa non è il territorio», come ricorda il filosofo Alfred Korzybski, è perché tra i due si apre uno scarto fertile: la mappa non restituisce il reale, lo fabbrica¹. Non si tratta necessariamente di una menzogna, ma di un atto di produzione: un gesto che non è rivelazione di ciò che è, ma che fa esistere ciò che mostra. Ogni tratto, ogni colore, ogni convenzione grafica è una decisione che ordina lo sguardo e, con esso, il mondo: lo sapevano bene gli imperi che tracciavano confini come atti di possesso; lo sa il capitalismo logistico che ottimizza traiettorie e flussi; lo sanno gli algoritmi che tentano di prevedere i nostri desideri. Ma lo sanno anche artistə, dissidenti e soggettività marginali, che le mappe hanno imparato a sabotarle, riscriverle, reinventarle, senza cercare di rappresentare il mondo ma di moltiplicarlo – come le teste dell’Hydra sempre pronte a rinascere.
Andiamo oltre i confini e dentro la tana del drago, allora, tracciando nuove mappe di corpi in relazione, alleati nel dissenso, frammentati in una realtà sempre inesplorata. Perché qui ci sono i draghi, e forse non sappiamo davvero dove siamo, ma va bene così.
¹ Alfred Korzybski, Alfred (1933). Science and Sanity. An Introduction to Non-Aristotelian Systems and General Semantics, The International Non-Aristotelian Library Pub. Co., pp. 747–761.
In alto a sinistra: Frank Vincentz, Disco di Nebra, 1600-1800 © Wikimedia Commons
In basso a sinistra: T. Clark, The celestial planisphere or transparent star director, 1850 circa © Pubblico Dominio
In alto a destra: Andreas Cellarius, Celestial map illustrating Claudius Ptolemy’s model of the Universe, 1660 © Wikimedia Commons
In basso a destra: Percival Lowell, Mars Longitude 120° on the Meridian, 1895 © Internet Archive / New York Public Library
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