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L’archivio fotografico di Annabella Rossi come cartografia antropologica [dei margini] del Meridione

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Fonti

per approfondire

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L’archivio fotografico di Annabella Rossi come cartografia antropologica [dei margini] del Meridione

di Rosanna Carelli

Può l’archivio fotografico di un’antropologa diventare uno strumento per raccontare un territorio e la comunità che lo attraversa? Anche se il territorio è saldamente legato a narrazioni ardue da scardinare?

Instillato il dubbio, proviamo a dargli spazio. 

 

Per farlo dobbiamo contestualizzare l’archivio fotografico di Annabella Rossi: antropologa, ricercatrice e fotografa italiana, nata a Roma nel 1933. La sua produzione visiva si trova oggi nel Fondo Rossi-Gandin, conservato presso l’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale di Roma, dove Rossi lavora dal 1960 fino al 1984, anno della sua prematura morte.

Come da copione, la morte fisica ha dichiarato la sua scomparsa dal mondo accademico, dove è ricordata raramente e spesso unicamente come “intervistatrice” nelle spedizioni del ben più noto Ernesto De Martino. Eppure, ancor prima di incontrare l’antropologo, Rossi si addentra con la sua inseparabile compagna di viaggio, la macchina fotografica, nel mondo degli esclusi: già nel 1958, proprio nelle periferie della sua città natale incontra per la prima volta il dramma della povertà, della miseria, del degrado e, di conseguenza, la marginalità sociale.  Lo studio sul tarantismo pugliese, condotto in Salento tra il luglio e l’agosto del 1959, è la prima spedizione a cui Rossi e De Martino partecipano insieme: lui come protagonista, lei relegata a una nota a piè di pagina. È proprio questa marginalità – ciò che bell hooks definirebbe «un luogo capace di offrire la possibilità di una prospettiva radicale da cui guardare»¹ – che consente a Rossi di sviluppare alcune specificità che l’avrebbero poi accompagnata durante tutta la sua produzione.

 

Da qui in avanti la ricerca antropologica è inscindibile dall’amore.

 

Amore per un Mezzogiorno fatto di contraddizioni, riti, affetti, incertezze, fatiche, dolori e stigmi. Un Mezzogiorno pronto ad accoglierla tutte le volte che deciderà di farci ritorno. Il lavoro di Rossi è sempre dettato dall’unione di due forze: quella scientifico-analitica e quella relazionale. Quest’ultima le permette grazie alla sua grandissima carica emotiva di entrare subito in un rapporto di familiarità con i soggetti. A confermarlo, l’interesse che la spinge a tornare nei luoghi più e più volte. Esempio emblematico di questa urgenza del ritorno è il Salento: poco meno di un mese dopo la spedizione con De Martino, Rossi si reca a Montesano Salentino dove assiste, per la prima volta, al pellegrinaggio di San Donato²

 

L’antropologa, avvicinandosi ai fedeli incontrati in occasione del pellegrinaggio di San Donato e creando con loro delle autentiche relazioni (tra cui non possiamo non ricordare il profondo rapporto d’amicizia con Michela Margiotta, la tarantata di Ruffano), viene a conoscenza di altre feste alle quali partecipavano. Successivamente, seguendo una traccia orizzontale che parte direttamente dal basso, individua diversi luoghi di culto, rivolgendo l’attenzione ai santuari meno noti: quelli che passano inosservati, ma che per migliaia di persone, soprattutto quelle provenienti dai quartieri più poveri e marginalizzati, rappresentano qualcosa di estremamente importante.

Annabella Rossi, Michela Margiotta con l'abito da sposa di San Donato, Montesano (LE), Courtesy Archivio Fotografico dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale (Roma) – Fondo fotografico Rossi-Gandin

I pellegrinaggi erano indispensabili per ottenere delle grazie e cercare di colmare un malessere che rappresentava una condizione perpetua, tanto da spingere i credenti a percorrere lunghe distanze per raggiungere i santuari. Le richieste fatte erano precise e il rapporto con i Santi che si adoravano era concreto, tangibile, solido e carnale. Così come concreta, tangibile, solida e carnale era la sofferenza di chi pregava per richieste da sempre rimaste inascoltate.

Annabella Rossi, Pellegrinaggio al Santuario di Pierno, San Fele, Pierno (PZ), Courtesy Archivio Fotografico dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale (Roma) – Fondo fotografico Rossi-Gandin
Annabella Rossi, Interno del Santuario della Madonna di Polsi, devozione dei fedeli, San Luca (RC), Courtesy Archivio Fotografico dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale (Roma) – Fondo fotografico Rossi-Gandin

Ben consapevole della poca efficacia delle pubblicazioni italiane sul folklore religioso³ – in cui i pellegrinaggi sono romanticizzati e prontamente relegati in una dimensione astorica – Rossi, da antropologa, capisce che l’unica modalità per indagare e raccontare i cammini di fede debba scaturire da un’attenta osservazione sul campo. Con cura, amore e pazienza, le costellazioni migratorie fideistiche del Sud Italia vengono r-i-c-a-m-a-t-e nell’arco di dieci anni, dal 1959 al 1969, al cui termine prendono una forma più solida nella pubblicazione Le feste dei poveri. Poveri che Rossi definisce: «Condizionati come sono da un’esistenza particolarmente misera, esposta a rischi di ogni genere» per cui «il bisogno di rassicurazione è in loro acuito ed esasperato. In questa esigenza risiede la funzione esistenziale del pellegrinaggio»4.

 

Annabella Rossi diventa narratrice delle intricate peregrinazioni denunciando la condizione dei partecipanti che «hanno in comune il fatto di non decidere, non scegliere, non partecipare e di essere oggetto di una violenza istituzionalizzata e legittimata»5. Rossi s’immerge empaticamente nelle culture di resistenza, addentrandosi in quello che potremmo definire come il margine del margine. Una sensibilità e una disponibilità a condividere il dolore altrui, non legata saldamente ai risultati accademici, ma piuttosto a un rapporto sincero e diretto con l’altro. 

 

Sono più di cinquanta le feste e i pellegrinaggi che prendono vita nei luoghi più remoti dell’Italia centro-meridionale, indagati nella pubblicazione di Rossi. Allora perché non fermarsi a Le feste dei poveri? Perché la necessità di scavare nel suo archivio fotografico per restituire una sovversione dei confini ben demarcati dalle relazioni di potere sviluppate dal processo di formazione dell’Italia come Stato-Nazione? Perché troppe selezioni sono già state fatte: la macchina narrativa della Storia ha interpretato realtà, selezionato e omesso informazioni e storie, generando convinzioni che ancora oggi sono dure a morire. Rileggere il materiale d’archivio alla luce del presente e in un’ottica orizzontale, incarna la volontà di raggirare la monodirezionalità ufficiale a cui fino a oggi abbiamo, in qualche modo, acconsentito.

Rosanna Carelli, Infografica delle costellazioni migratorie fideistiche del Sud Italia mappate da Annabella Rossi. Screenshot di Google Maps

L’archivio fotografico di Rossi è forma manifesta dell’interesse per le relazioni, la vita quotidiana, il lavoro, le feste popolari, il dolore, la religiosità urbana e il modo in cui i ricordi, le tradizioni sopravvivono a tante, troppe, omissioni. I momenti immortalati dell’antropologa romana raccontano di persone, collettività, luoghi, oggetti.

 

Nei suoi scatti è possibile trovare tutta la stratificazione della complessità territoriale del Meridione tra gli anni Sessanta e Ottanta del Novecento e di cui – inevitabilmente – ancora oggi si percepisce il peso. Su questa scia, la produzione fotografica di Rossi è fortemente centrata sul soggetto e sul suo universo.

 

Un ulteriore aspetto da tenere in considerazione in relazione alla peculiarità della sua produzione è che, sebbene venga ricordata anche come una fotografa, Rossi non aveva una formazione professionale, tanto che lei stessa confessa: «Non sono una fotografa e i miei amici professionisti mi fanno spesso e giustamente tante critiche sulla qualità dei miei documenti. Rendendomi conto dell’importanza di un volto, di un gesto, di un rapporto tra persone, di un dettaglio che per altri è insignificante, mi sono abituata ad usare “naturalmente” la macchina fotografica, anche perché, a mio parere, spesso una intera pagina non riesce a documentare, né a trasmettere ciò che può una sola immagine»6. È l’avverbio “naturalmente” che ci parla di un utilizzo spontaneo della fotografia, che rifiuta una dimensione tecnico-teorica a favore di un piano più sociale: molto vicina a quella di reportage che ha come obiettivo la documentazione veritiera della scena. Gli scatti sono immediati, non precedentemente costruiti, carichi di tutte le imperfezioni della ripresa, sfocati e con inquadrature irregolari. 

 

La perfezione tecnica è prontamente barattata in cambio di una fotografia ottenuta – per quanto possibile – senza essere elemento di interferenza e disturbo. Peculiarità che traducono una precoce sensibilità fotografica, tant’è che si deve a Rossi la prima produzione audio-visiva non occasionale, sistemica e mirata capace di documentare l’insieme delle sue ricerche antropologiche. L’importanza della sua produzione ci viene suggerita direttamente dalle sue parole: «Le mie fotografie sono la realizzazione per immagini del ragionamento scientifico ed umano che in quel momento elabora la mia mente»7.

 

Parlare dell’archivio di Annabella Rossi ci permette di riflettere sull’impegno politico e, soprattutto, sulla sensibilità verso le intersezioni tra le condizioni socioeconomiche e le specificità culturali delle classi subalterne del Meridione, mettendo nero su bianco, attraverso l’espediente fotografico, le condizioni di isolamento e povertà.

Annabella Rossi, Ritratto di donna, festa della Madonna del Pollino, San Severino Lucano (PZ), Courtesy Archivio Fotografico dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale (Roma) – Fondo fotografico Rossi-Gandin

Rileggere nel dibattito presente la sua opera forse non offre una soluzione per affrontare la questione meridionale, ma consente di ri-percorrere empaticamente e criticamente la geografia e la storia del Sud Italia, ri-semantizzando luoghi e popoli, tracciando uno spiraglio per nuove possibilità interpretative.

 

Alla bidimensionalità ordinata, netta, comprensibile, stabile e chiara delle cartografie tradizionali – nella loro ostinata valenza politica – si contrappone quella sfrangiata, filamentosa, complessa delle cartografie antropologiche che molto meglio si addicono a un territorio che non può più essere considerato semplicemente come uno spazio perimetrato, ma emerge con forza come una struttura complessa e stratificata, articolata da chi lo abita. 

Annabella Rossi, Pellegrinaggio al Santuario della Madonna dell’Arco, Sant’Anastasia (NA), Courtesy Archivio Fotografico dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale (Roma) – Fondo fotografico Rossi-Gandin

¹ bell hooks, Elogio del margine: razza, sesso e mercato culturale, Feltrinelli, Milano, 1998, pag. 128.

² Per approfondire: Annabella Rossi, Lettere da una tarantata, De Donato, Bari, 1970. Il Salento è anche il luogo in cui l’antropologa incontra Michela Margiotta, la tarantata di Ruffano affetta da disturbi nervosi attribuiti al volere del Santo taumaturgo (male di San Donato e di San Paolo). Tra il 1959 e il 1965 Rossi intrattiene con lei una fitta corrispondenza, nata spontaneamente dalla contadina conosciuta ai più come Anna che diventa la mittente delle Lettere da una tarantata: pubblicazione che raccoglie sessantacinque lettere capaci di restituire la relazione tra le due, suggellata dai numerosi scatti dedicati alla donna. La raccolta, oltre a rappresentare il primo documento di antropologia dialogica, segna un nuovo modo di rapportarsi al mondo popolare del Mezzogiorno. 

³ Rossi fa riferimento, ad esempio, a: Angelo Brelich, Un culto preistorico vivente nell’Italia Centrale. Saggio storico-religioso sul pellegrinaggio alla SS. Trinità sul Monte Autore, in «Studi e materiali di Storia delle religioni» pp. 71-101; Giuseppe Pitrè in merito al folklore siciliano; la bibliografia di Ernesto De Martino e i libretti di carattere popolare venduti comunemente nei luoghi di culto.

Annabella Rossi, Le feste dei poveri, Laterza, Bari, 1969, p. 6.

Ivi, p. 106. 

Ibidem.

Annabella Rossi, Realtà subalterna e documentazione, in «Photo 13», A. II, 1971.

Rosanna Carelli (Terlizzi – BA, 1999) è una ricercatrice indipendente interessata alla democraticità del mezzo fotografico e agli archivi intesi come dispositivi politici di conoscenza. Laureata in Arti Visive presso l’Università di Bologna, con una tesi sulla fotografia psichiatrica e i reportage manicomiali nell’Emilia-Romagna. Nell’ambito del PRIN Fotografia femminista italiana, ha partecipato al seminario Diari, scrapbook e archivi digitali, con una dissertazione sulla fotografia femminista meridionalista di Marialba Russo e al Convegno Internazionale Photography and Feminist Aesthetics con l’intervento Realtà femminile meridionale. Le fotografie di Annabella Rossi alla luce del riordino del fondo Rossi-Gandin. Attualmente collabora con l’Archivio dell’ex Ospedale Psichiatrico di Reggio Emilia.

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