Penna, compasso e squame di drago
a cura di Genealogie del Futuro
Per non essere qui. Prevedere una mappa
di Matilde Ricci
Geografie tattili: le mappe di Ammassalik Ø
di Vittoria Caschili
Risonanze: contro-mappe per un’epistemologia del suono e del limite
di Arianna Pallotta
Imagines Mundi
di Giulia Flavia Baczynski
Dallo zenit all’orizzonte
di Marco Strappato
Field test (bleeding hearts)
di Chiara Trivella
Ridisegnare i margini: per una topografia collettiva del desiderio
di Anna Martinatti e Greta Papaveri
Stellantis
di Matteo Gatti
Piscgame
di Manuel Ghidini
Ipervotum/Mappula
di Aurora Lacirignola
L’archivio fotografico di Annabella Rossi come cartografia antropologica [dei margini] del Meridione
di Rosanna Carelli
Esplorazioni di Identità di Confine in Gloria Anzaldúa e Sandra Cisnero
di Viola Nassi
Fonti
per approfondire
di Matilde Ricci
Nei Concetti fondamentali della metafisica, il filosofo Martin Heidegger definiva l’ambiente «non una corazza fissa posta intorno all’animale, bensì ciò con cui l’animale si circonda nella durata della sua vita»¹. A ispirare in Heidegger l’idea che l’autocostruzione dei propri confini fosse un elemento imprescindibile dell’esistenza animale, erano state le considerazioni del biologo estone J.J von Uexküll. La complessità dell’“ambiente” di Uexküll² si esprime attraverso il termine Umgebung, traducibile come “ciò che si dà intorno” in una costante relazione di incontro e scambio: una porosità che sembra però venir meno nell’ambiente dell’animale umano, che si contraddistingue invece per una dimensione individualistica e per l’inglobamento degli ambienti di altre specie. Il suo ambiente è allora il mondo intero: questo immenso spazio, sovrapposto agli altrui Umgebung, fecondo di potenziali attività e rapporti nuovi, che nel caso della specie umana si sono troppo spesso ridotti a forme di prevaricazione e tentativi di conquista. Non sorprende quindi che la proiezione di questo sistema gerarchico, implicito nella stessa concezione di mondo-ambiente e considerato nelle sue rappresentazioni grafiche, rispecchi una realtà che ha la pretesa di essere oggettiva. Dal XVII secolo le regole cartografiche si basano sul paradigma della presunta accuratezza scientifica, aspirando al mito di un’esattezza universale e mettendo così in secondo piano lo studio sociologico e politico dei territori. L’aspirazione a una conoscenza che ambiva a essere la più “vera” – poiché basata sulle misurazioni più accurate – portò a considerare come inferiori le mappe di culture non occidentali, dove le regole della rappresentazione del territorio rispondevano a esigenze assai diverse³.
Negare la parzialità dello sguardo cartografico è l’obiettivo primo di chi, disegnando la mappa, conosce il potere dell’illusione che questa può generare: un occultamento ideologico, questo, che configura silenziosamente tutta quella serie di ricerche che, a partire dal 18204, si impegnarono nel voler dimostrare la presunta relazione tra spazio e crimine.
In particolare, negli anni Settanta del XIX secolo, i coniugi Brantingham, una coppia di ricercatori specializzati in criminologia ambientale, individuarono il problema della ricerca forense nella scarsa attenzione che si poneva verso il luogo del delitto. Il “dove” andava considerato come il punto in cui gli altri tre elementi fondamentali – il “chi”, la legge e la vittima – si incontravano5.
Se le carte seicentesche erano immerse nell’immaginario di una verità assoluta, i sistemi di controllo spaziale odierni si muovono ancora su una griglia di convinzioni arbitrarie, una delle quali basata sull’idea di aree urbane “prevedibilmente” più pericolose di altre.
Si potrebbe ancora credere che le conseguenze di questi bias derivino dalla paura dei singoli residenti; è quello che sembra inizialmente mostrare Home Invasion, diretto da Graeme Arnfield nel 2023. Il film si apre con la storia di Marie van Brittan Brown, un’infermiera statunitense di origini giamaicane che, nel 1966, spaventata dai ripetuti tentativi di intrusione nella sua abitazione e stanca di chiedere aiuto a una polizia razzista e indifferente, costruì il primo sistema di sicurezza a circuito chiuso, oggi comunemente noto come CCTV. Nel film i dettagli del brevetto di van Brittan Brown si alternano ritmicamente a frasi che ne esaltano l’innovatività, fino all’annuncio che rovescia il tono della narrazione: «Domandatole se la sua invenzione l’avesse fatta sentire più al sicuro, Marie non rispose. Chiudendo fuori [dalla sua casa] il resto del mondo, aveva fatto entrare [al suo interno] qualcosa di molto più oscuro»7.
Il progetto di una singola persona, scaturito da un’esperienza disturbante, è davvero in grado di innescare la sorveglianza capillare che vediamo perpetuarsi nel lungometraggio di Arnfield? O l’attuale onnipresenza del sistema CCTV6 è dovuta soprattutto alla collaborazione di grandi aziende corporate che hanno ampiamente lucrato sui timori comuni? Non si tratta più di osservare quello che sta accadendo, ma di anticipare quello che potrebbe accadere.
Nella prima metà dell’Ottocento, chi praticava la frenologia ambiva a trovare nel corpo i segni misurabili dell’anima: attraverso lo studio della forma del cranio e la localizzazione di alcune aree particolari, il frenologo pretendeva di risalire ad altrettante zone cerebrali, quelle in cui si pensava risiedessero le facoltà intellettuali e morali dell’individuo8. Un’aspirazione – quella di dare un ritratto sicuro e fedele dell’umano a partire da elementi divisi – che anima oggi altre ideologie. Il predictive policing9 è un sistema che interagisce con molteplici dati scomposti e li amalgama per raggiungere una conclusione in apparenza necessaria alla comunità. Perseverando nella monitorizzazione di aree specifiche, sono ad esempio molti i software a disposizione della polizia statunitense che suggeriscono di aumentare le pattuglie nelle zone dove, secondo la rielaborazione dei dati raccolti, è più probabile che il crimine si ripresenti. Una volta concentrata la sorveglianza su aree già marginalizzate, vengono quindi confermate e rafforzate le disparità già esistenti. In questo sistema si manifesta a pieno la pervasività del crime mapping10: un sito omonimo11, accessibile a chiunque, permette di visitare la mappa di numerose zone urbane degli Stati Uniti, selezionare la stazione di polizia di riferimento e visualizzare i crimini commessi in un numero limitato di quartieri.
Nel film di Deborah Stratman del 2002 In order not to be here lə spettatorə partecipa al processo di questo particolare tipo di visione: si guarda ciò che qualcun altro ha visto e sentito, o forse semplicemente ci si perde nello spazio riconfigurato da questa cartografia del controllo preventivo.
I fermo immagine che scorrono non parlano di un crimine, ma mostrano i luoghi che presumibilmente ne anticipano o ne seguono l’arrivo: i quartieri residenziali, una pompa di benzina, i parcheggi vuoti, circondati dai suoni di quello che accade forse non troppo lontano, ma non abbastanza vicino da renderci testimoni.
Analogamente “la mappa del crimine” introduce l’utente a un lessico nuovo: i segnalini rossi indicano le risse, quelli neri stanno per i furti, alcuni sono verdi e indicano la guida in stato di ebbrezza. Chi accede a crimemapping.com si confronta con gli stessi dati che ha a disposizione un agente di polizia: numeri e indici che, da frammenti spazio-temporali della vita di quei quartieri, diventano cruciali materiali per riconsiderazioni, pregiudizi e bias.
Imparare a guardare la mappa significa allora disimparare a guardare il territorio, che non è più un insieme complesso di luoghi viventi, ma una griglia popolata da dati, minacce statistiche, probabilità. Creare le categorie che la vista andrà poi a utilizzare significa educare l’occhio a un tipo specifico di geografia, quella che in questo caso trasforma la complessità sociale in pattern di rischio.
La pericolosità dell’abitudine a una visione così selettiva ritrova una curiosa eco nelle parole di von Uexküll, quando descrive il peculiare caso della falena: «le raffinatissime strutture microscopiche che compongono l’organo acustico della falena sono tarate esclusivamente sul suono del pipistrello. Per il resto l’animale è completamente sordo»12. E ancora: «È del tutto irrilevante che il suono sul quale sono sintonizzate le falene sia prodotto da un pipistrello o dallo sfregamento di un tappo di vetro su una bottiglia: l’effetto è sempre lo stesso.»13 – una volta messo in funzione, il sistema protettivo rimane in circuito fino a quando il suono non cessa, mantenendo l’insetto in uno stato di allerta prolungato.
Sintonizzatə su una precisa lunghezza d’onda, aspettiamo anche noi che la minaccia prefigurata inneschi il prossimo allarme. Se la struttura ontologica di un animale coincide esattamente col suo «essere-nel-rispettivo-ambiente»14, ogni soggetto-animale è capace di filtrare la realtà costruendo attivamente ciò che gli è funzionale. Ma, lontanə da quegli spazi permeabili che eravamo in grado di fabbricare attraverso l’incontro e lo scambio, la dimensione in cui abitiamo oggi è cristallizzata in una rappresentazione mediata da qualcun altrə. Quando il filtro percettivo è selezionato altrove e poi imposto, il nostro sistema di vigilanza – come per la falena – rimane attivo sebbene la frequenza sia solo una riproduzione distante. In order not to be here, per non essere qui, allora, dovremmo ristabilire le nostre frequenze e sottrarci alle rappresentazioni che hanno la pretesa di profetizzarle. Tornare dunque a costruire un ambiente che risponda ai nostri sensi e non ai loro segnali.
¹ Martin Heidegger, Concetti fondamentali della metafisica, Il melangolo, Genova, 2008, p. 331.
² Per approfondire: Jakob von Uexküll, Ambienti animali e ambienti umani: una passeggiata in mondi sconosciuti e invisibili, Quodlibet, Macerata, 2013.
³ Per approfondire: J. B. Harley, Deconstructing the map, in «Cartographica», Vol. 26, n. 2, 1989, pp. 1-20.
⁴ I primi studi occidentali relativi alla mappatura del crimine si svilupparono a partire dalle considerazioni del geografo Adriano Balbi e dello statistico André Michel Guerry, fondatore della statistica morale che aprì la strada alla moderna criminologia. Il successivo collegamento di tale mappatura a dati coordinati, come il livello di istruzione o la densità di popolazione, si diffuse poi nelle Isole Britanniche a metà del XIX secolo e raggiunse gli Stati Uniti all’inizio del XX secolo.
⁵ Per approfondire: Joel Hunt, From Crime Mapping to Crime Forecasting: The Evolution of Place-Based Policing, in «NIJ Journal», n. 281, novembre 2019.
⁶ Acronimo inglese di “closed-circuit television”.
⁷ «Asked if her invention had made her feel safer, she did not answer. By shutting out the outside world, she had welcomed something much darker into her home». Tratto da Home Invasion. [Traduzione dell’Autrice]
⁸ In Treccani.com: «Sviluppatasi intorno al XIX secolo, la frenologia tenta di riconnettere le due sostanze, corpo e anima, che in età moderna erano state separate da Cartesio, basandosi sulla convinzione che le caratteristiche psicologiche di un uomo siano riconducibili alla morfologia del cervello individuale, rilevabile dallo studio della forma del cranio. Nella prima metà dell’Ottocento tale dottrina, secondo alcuni, ha un’estensione e un’eco paragonabili a quelle della psicoanalisi cent’anni dopo.»
⁹ Il predictive policing si riferisce all’uso di intelligenza artificiale specializzata o di software analitici per prevedere la probabile occorrenza di crimini. In alcuni casi il software raccomanda agli agenti di sorvegliare attentamente l’individuo che risulta aver commesso un crimine.
¹⁰ Il crime mapping è una tecnica di analisi che utilizza la tecnologia dei sistemi informativi geografici (GIS) per tracciare la distribuzione dei crimini in base al tempo, al luogo e al tipo..
¹¹ Per approfondire: Crime Mapping, piattaforma online per la visualizzazione e l’analisi dei dati sulla criminalità, www.crimemapping.com.
¹² Jakob von Uexküll, Ambienti animali e ambienti umani, op. cit., p. 98.
¹³ Ivi, p. 97.
¹⁴ Martin Heidegger, Concetti fondamentali della metafisica, op. cit., p. 331.
Matilde Ricci (Firenze, 1999) si muove tra Firenze e la Svizzera francese, si è laureata in Arti Visive allo IUAV di Venezia con una tesi sulle relazioni tra la musica ambient e la distrazione. La sua pratica artistica interessa disegno, video e scultura di cera e feltro – quasi sempre in rapporto a due temi dicotomici; sperimenta con la scrittura e dispositivi sonori di piccolo formato.
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