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Geografie tattili: le mappe di Ammassalik Ø

di Vittoria Caschili

Vittoria Caschili

A 105 km dal circolo polare artico, nell’oceano Atlantico settentrionale, oltre il fiordo di Sermilik e lo stretto di Ikaasartivaq, c’è un’isola: Ammassalik Ø. Situata nella costa est della Groenlandia, è casa ancestrale dei Tunumiit, uno dei molti popoli Inuit che abitano Kalaallit Nunaat¹. Nonostante i popoli Inuit rappresentino la maggioranza a Kalaallit Nunaat, paese autogovernato e appartenente al regno di Danimarca, che aderisce alla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni, essi continuano ad affrontare molti ostacoli. 

 

Kalaallit Nunaat è l’isola più grande del mondo ma è anche la nazione con la densità di popolazione più bassa: la maggior parte dei suoi cinquantaseimila abitanti vive nel 20% del territorio della costa est, che non è coperto da ghiaccio e neve. Nello specifico, quasi tremila persone vivono nella città di Tasiilaq e dintorni e, nel corso dei secoli, il mare, completamente ghiacciato d’inverno, ha protetto queste intricate coste e i suoi popoli dal colonialismo e dall’influenza degli europei².

 

Verso la fine dell’Ottocento, precisamente dal 1883 al 1885, l’esploratore danese Gustav Frederik Holm guidò una spedizione lungo la costa orientale di Kalaallit Nunaat, durante la quale fece sosta nell’isola di Ammassalik Ø. I Tunumiit conoscevano già gli stranieri danesi, che prendevano i loro artefatti e oggetti di vario uso, tentando nel mentre di mappare i loro complessi territori.
Con l’arrivo di Holm sull’isola, i pregiudizi occidentali e coloniali, che ritraevano i popoli indigeni del mondo come statici e tecnologicamente arretrati, vennero smentiti dalle grandissime conoscenze territoriali del popolo Tunumiit, espresse in complessi sistemi di mappatura dell’isola.

 

L’obiettivo di Holm – creare una cartografia cartacea della costa – era una pratica estranea seppur conosciuta dai Tunumiit, i quali avevano una diversa visione dello spazio e della sua mappatura, che avveniva attraverso la memoria, la condivisione orale e la realizzazione di artefatti tridimensionali.

 

Le tre mappe tattili di Ammassalik Ø, commissionate da Holm e intagliate in legno da un abile cacciatore di nome Kunit, sono strumenti che mostrano come i Tunumiit percepivano e organizzavano le proprie terre, esibendo una sofisticata e precisa conoscenza geografica e ambientale. Non ci sono prove storiche che le mappe tattili tridimensionali di Ammassalik Ø  fossero strumenti tradizionali del popolo Tunumiit; al contrario, pare fossero state create unicamente per lo straniero Holm e rimangono tuttora pezzi unici. La tradizione occidentale della cartografia era ben nota a questa popolazione che, pur non necessitando di un supporto fisico per mappare i propri territori, ha tradotto le conoscenze mnemoniche in mappe consultabili con il tatto e la vista.
Esse sono caratterizzate non solo da un’impressionante precisione, maneggiabilità e leggerezza, ma anche da grande versatilità, potendo essere utilizzate anche al buio³.

 

Da questo incontro Holm ricevette dettagliate descrizioni dei terreni, della flora e della fauna, oltre a indicazioni metereologiche: testimonianze di una visione olistica del mondo che non si limita a conoscere percorsi e tratte da attraversare, ma comprende anche come si formano queste strade e quali condizioni atmosferiche aspettarsi. 

 

Secondo l’archeologo Hans Harmsen, le mappe tattili non erano state progettate esclusivamente come guida pratica alla navigazione, ma anche per raccontare la storia di quelle terre, permettendo di percepirle con mano e non solo attraverso la vista4. Questa funzione di ausilio al racconto deriva dalla pratica Inuit dell’apprendere le conoscenze ambientali e il senso dell’orientamento attraverso racconti legati al territorio, tramandati oralmente dalle figure più esperte delle comunità. A causa di mappature incomplete o inesistenti, gli esploratori bianchi, stranieri ed europei sono storicamente stati allievi di esperti Inuit per poter affrontare i loro viaggi. L’opera di mappatura dell’ambiente Inuit comprendeva l’utilizzo di storie legate ai territori attraversati per facilitare la memorizzazione e l’orientamento, oltre alla lettura delle correnti e delle costellazioni, dei fenomeni atmosferici e dei percorsi di migrazione della fauna5. Non stupisce quindi che queste mappe tattili comprendessero numerosi dettagli, non solo riguardo alla conformazione del territorio, ma anche a come affrontare la navigazione, ad esempio indicando i punti in cui scendere dal kayak7 e trasportarlo a mano. Parlando della funzionalità delle mappe tattili, Harmsen dice che vi è «un aspetto fenomenale di queste mappe: dovevi essere lì per apprezzarle mentre ti spostavi nel paesaggio usando queste mappe come punto di riferimento». Le mappe tattili realizzate ad Ammassalik Ø rappresentano un tentativo di mediazione culturale di due tradizioni di mappatura diverse: l’una basata sulla conoscenza olistica delle terre che si abitano, l’altra sulla catalogazione e misurazione dello spazio, spesso con il solo fine di utilizzare le cartografie per il controllo dei territori. Storicamente le cartografie tradizionali occidentali nascono con l’obiettivo di organizzare e amministrare lo spazio nell’ottica di possederlo e controllarlo. I confini arbitrari stabiliti e rappresentati in cartografie delle potenze imperialiste esprimono una visione del mondo dal punto di vista coloniale.

 

La tradizione cartografica europea è storicamente caratterizzata da uno sguardo dall’alto, distaccato, neutrale in apparenza. È uno sguardo che domina, piuttosto che essere situato o relazionale, e si contrappone a quello della tradizione di mappatura dei popoli Inuit – nello specifico del popolo Tunumiit. Quest’ultima, nella fine dell’Ottocento, si distingue dalla tradizione cartografica occidentale in quanto situata, relazionale e strettamente legata alla vita quotidiana, quindi, nata dall’esperienza diretta e legata al corpo e al movimento nello spazio. Questo sapere vissuto e basato sulla memoria veniva tramandato oralmente dando vita a una mappatura processuale e non statica, seguendo una traslazione da cartografia orale a cartografia corporea data dal contatto con il legno intagliato. Per Holm, tale processualità tridimensionale della mappatura mnemonica è stata tradotta attraverso la creazione di dispositivi tattili strettamente legati all’esperienza di viaggio, definendo lo spazio attraverso le relazioni e non tramite il suo controllo.

 

La tradizione di mappatura mnemonica e orale Inuit Tunumiit, nel corso del tempo, si è ridotta o trasformata a seguito dell’avvento del GPS e delle mappe satellitari. Le conoscenze che un tempo venivano apprese attraverso viaggi ripetuti, ascolto dellə anzianə, osservazione del paesaggio e interiorizzazione corporea dello spazio sono oggi meno praticate. Questo non significa però che la tradizione sia scomparsa: in parte resiste, soprattutto tra lə cacciatorə più anzianə, rimanendo fondamentale quando la tecnologia fallisce o in zone dove i segnali satellitari sono deboli.

¹ Kalaallit Nunaat è l’endonimo della Groenlandia in lingua Kalaallisut e significa “terra dei Kalaallit” (degli Inuit della Groenlandia); l’esonimo in danese è Grønland, “terra verde”. 

² Per approfondire: Geography and Climate in East Greenland, theredhouse.com.

³ Per approfondire: Frankie Chappell, Off the charts, royalsociety.org, 16 febbraio 2021. 

⁴ Per approfondire: Hans Harmsen, Greenland’s Hand-Sized Wooden Maps Were Used for Storytelling, Not Navigation, atlasobscura.com, 2 maggio 2018.

 Per approfondire: Michael Engelhard, Arctic Wayfinders: Inuit Mental and Physical Maps, terrain.org, 14 marzo 2019. 

Il Kayak è un’imbarcazione tradizionale Inuit, utilizzata per la caccia e/o il trasporto, con un solo posto a sedere. Oggi è un mezzo meno utilizzato, ma rimane una parte importante della cultura Inuit. Per approfondire: René R. Gadacz, Kaiak, thecanadianencyclopedia.org, 19 dicembre 2006.

Raina Delisle, He’s Got the Whole Coast in His Hand, hakaimagazine.com, 09 dicembre 2016. [Traduzione dell’Autrice] 

Vittoria Caschili (Brescia, 2001) inizia a studiare lingua cinese al liceo e prosegue fino all’università conseguendo una laurea in lingue e cultura cinese a Venezia, dove nel 2023 ha co-fondato il centro culturale 2046 con Raven Gio Masi. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Antropologia Culturale presso l’Università di Torino. Da sempre si interessa sia in ambito accademico sia personale agli studi culturali e linguistici, in particolare di come le culture siano una presenza costante che influenza ogni aspetto della vita delle persone.

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