Precarietà: un’introduzione. Movimenti propedeutici per danzare dopo la caduta

a cura di Genealogie del Futuro

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Refusi

di Benedetta Manzi

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ALEPH

appunti per una consapevolezza spazio-temporale 

di Roberto Casti

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«Dance, to the radio!»
Futuri epilettici, tempi precari, la danza di Ian Curtis

di Marco Bellinzona

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Il punctum di Kleant

di Virginia Maciel da Rocha

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Labirinto: l’anti paradiso

di Arianna Tremolanti

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Precarietà

di Lorenzo Bonaccorsi

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Appunti di una giornata sospesa

di Anna Maconi e Caterina Nebl

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Latimeria

di Pierluca Esposito

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di Gianluca Tramonti

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ANIMALE

di Michele Damna

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 Sweating Cave Pages

di Traian Cherecheș

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“Non fare” come atto di resistenza alla società della prestazione

di Sofia Rasile

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Cronache di fantasmi al margine

di Olivier Russo e Silvia Ontario

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.sette fiamme per rinascere.

di Stefano Ferrari

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Bibliografia, sitografia, filmografia

per approfondire

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Il punctum di Kleant

di Virginia Maciel da Rocha

Kleant, Piazza Santa Maria Novella, settembre 1999. Courtesy di Kleant Menkulazi

Kleant Menkulazi è un amico di vecchia data. Oggi ha ventisette anni e questa foto lo ritrae quando ne aveva tre, in Piazza Santa Maria Novella a Firenze. Io e Kleant siamo cresciuti a Pistoia, una piccola provincia toscana che, insieme a Prato e Firenze,  viene ricordata per la tipologia di italiano che qui si utilizza – la varietà definita “standard” dai linguisti italiani. Chiunque sia cresciuto nei dintorni di Firenze, da piccolo, avrà sicuramente sperimentato il periodo delle gite domenicali: è prassi andare con i genitori a fare un giro nella “grande” città, dato che si tratta del centro culturale più importante della Toscana settentrionale. Quando ho visto per la prima volta questa foto ricordo di aver immediatamente pensato che anche io dovevo averne, da qualche parte, una identica – molto probabilmente con mia sorella. Quella che, però, mi era sembrata a prima vista la prova concreta e tangibile di un’esperienza collettiva, condivisa e quasi universale (per chiunque abiti nei pressi della città), in realtà tratteneva al proprio interno qualcosa di molto più ampio e “nascosto”.

 

Osservando questa immagine, credo di aver scoperto per la prima volta, quello che Roland Barthes, semiologo e critico francese, definisce punctum nell’ambito delle immagini fotografiche: «Il punctum di una fotografia è quella fatalità che, in essa, mi punge (ma anche mi ferisce, mi ghermisce)»¹. Il punctum è un elemento insito nella fotografia, ma cambia connotazione e aspetto in base alla sensibilità e conoscenza pregressa dell’osservatore.

 

Questo è quello che intendo quando faccio riferimento alla realtà nascosta della foto: il contesto di cui mi ha informato Kleant provoca in me, spettatrice, un cortocircuito; non si tratta infatti di un semplice ricordo di una gita domenicale, ma di una fotografia scattata dopo tre giorni dall’arrivo del mio amico in Italia dall’Albania, paese d’origine della sua famiglia. Era il 1999 e la foto venne scattata quando ancora si trovavano in una condizione di clandestinità. Entrambi abbiamo una foto che ci ritrae, da bambini, in piazza Santa Maria Novella ed entrambi siamo bambini italiani; solo che a Kleant sono serviti più di due decenni perché la sua cittadinanza venisse riconosciuta dallo Stato in cui abitava. 

 

Quella della cittadinanza è una questione spinosa su cui spesso, nel corso degli anni, ci siamo trovati a confrontarci. Oltre a essere cresciuti negli stessi ambienti – le nostre esperienze di vita, da questo punto di vista, si assomigliano molto – io e Kleant condividiamo un’altra caratteristica che salta immediatamente all’occhio di chiunque si interfacci con noi per la prima volta: entrambi portiamo un cognome straniero. Se il mio proviene da oltreoceano, dato che la mia famiglia è per metà brasiliana, quello di Kleant arriva da più vicino, da Bilisht, una cittadina dell’entroterra albanese che conta all’incirca settemila abitanti. Mentre Kleant ha dovuto seguire per anni un complicato iter giuridico e burocratico affinché arrivasse al conseguimento della cittadinanza di un Paese che ha sempre sentito come suo, io, la mia condizione di doppia cittadina l’ho ereditata in modo automatico.
In questa situazione ci sono dei paradossi e dettagli che sfiorano l’assurdo, soprattutto se penso al fatto che, nonostante io possieda dalla nascita un doppio passaporto, fatico ancora oggi a definirmi solo italiana o solo brasiliana. Sono sì, nata e cresciuta in Italia, ma fortemente immersa nella cultura e nelle tradizioni brasiliane; con mia madre parlo esclusivamente in italiano e con mio padre esclusivamente in portoghese.
Nel corso degli anni ho finito per adottare l’Italia come “mio” Paese, mentre Kleant, che ha da sempre definito l’Italia il “suo” Paese, non ha mai potuto esprimere nemmeno il proprio valore di cittadino, come per esempio il diritto di partecipare alle elezioni. 

 

Nel dicembre 2023, dopo ventiquattro anni dal suo arrivo in Italia, Kleant ha finalmente concluso il procedimento per il conseguimento della cittadinanza. Ho deciso così di fare una chiacchierata con lui su quelli che sono stati i principali passi che lo hanno portato a ottenerla, dopo aver vissuto per più di due decenni in una condizione di precarietà sia giuridica che politica. La trascrizione potrà risultare asettica: per fugare ogni dubbio dichiaro fin da subito che il testo non è imparziale ma ci siamo soffermati sui fatti e non sui sentimenti. Le contraddizioni di tutto quello che il mio amico ha attraversato ne fanno da testimone.

 

VIRGINIA MACIEL DA ROCHA: Partiamo dall’inizio: perché la tua famiglia ha deciso di trasferirsi qui e quando è successo?
KLEANT MENKULAZI: Trasferirsi in Italia non è stata una decisione né semplice né immediata. La scelta che mia madre ha compiuto è arrivata poco dopo la morte di mio padre, avvenuta nel 1997: i racconti di quel preciso momento storico in Albania non dipingono il piccolo paesino dove abitavamo come il miglior scenario dove crescere due figli. Essere una donna sola, in quegli anni, era visto malissimo dalla comunità: girava voce che mia madre fosse disposta a prostituirsi, al punto che alcuni uomini arrivavano a offrirsi a lei spontaneamente. Con questo clima e con due figli a suo carico, ha deciso che era arrivato il momento di accettare gli inviti delle proprie sorelle, per raggiungerle in Italia, dove si erano già stabilite.

 

VMDR: Quali sono i tuoi primi ricordi legati all’Italia, o meglio, quando (e soprattutto se) hai mai percepito una differenza tra i due Paesi?
KM: Ero molto piccolo, quando mi sono trasferito, ma grande abbastanza per serbare qualche ricordo. I miei primi ricordi relativi all’Italia sono in gran parte collegati al grande arrangiarsi che abbiamo sperimentato. Dormivamo nei corridoi a casa delle zie, sorelle di mia madre, o dove capitava. La confusione che avevo in testa era sicuramente data da fattori culturali, soprattutto tra quello che vedevo a casa e quello che vedevo a scuola. Spesso non conoscevo i luoghi che gli altri bambini nominavano, oppure di molte cose di cui parlavano, conoscevo solo il nome in albanese.

 

VMDR: Com’è stato inserirsi nel contesto scolastico di un Paese che non conoscevi?
KM: Sicuramente il fatto di trovarmi in Italia mi ha subito messo davanti a una differenza abissale, tra i bambini che fino ad allora avevo conosciuto e quelli con cui mi sono ritrovato in classe. Mia madre, pur trovandosi in una situazione economica disastrosa, a quel tempo fu costretta a fare un ulteriore sacrificio, iscrivendo me e mio fratello a una scuola privata cattolica. Questo avvenne sia perché si trattava dell’unica scuola disposta ad accoglierci senza documenti, visto che per i primissimi anni dal mio arrivo abbiamo vissuto come clandestini, sia per evitare che i servizi sociali separassero mia madre dai suoi figli. L’impatto con la scuola e gli altri bambini è stato sicuramente molto forte: da bambino immigrato di famiglia musulmana mi sono ritrovato circondato dai figli della borghesia cattolica benestante.

 

VMDR: Il tuo iter per il conseguimento della cittadinanza è iniziato, se non sbaglio, nel 2016. La domanda è stata inoltrata diciassette anni dopo il tuo arrivo in Italia e, per fare in modo che venisse approvata in maniera definitiva, ce ne sono voluti altri sette.
KM: Sì, nel 2016 ci siamo sentiti abbastanza tranquilli per poter avviare le procedure per ottenere la cittadinanza. Anche questo non è un procedimento semplice: richiede molto tempo libero, una buona capacità di sopportazione dello stress, una presenza quasi costante e, ultimo ma non per importanza, una certa somma di denaro. Abbiamo avviato le pratiche perché abbiamo capito che non potevamo più rimandare e quell’anno, prima che arrivassi a compiere diciott’anni, rappresentava l’ultimo momento utile per poterlo fare insieme a mia madre. In Italia, infatti, dopo il diciottesimo anno d’età vieni trattato come uno straniero adulto e da qui sarebbero derivati, potenzialmente, alcuni inghippi (dimostrare di avere un impiego o di essere studente, cose che non sempre coincidono con la realtà dei fatti).

 

VMDR: Che cosa è successo, nel frattempo?
KM: Faccio un passo indietro e prima di raccontarti tutta la procedura burocratica, spiego che cosa serve anche solo per inoltrare la domanda. Ci sono molti requisiti da dimostrare, per poter chiedere di diventare cittadino italiano: la prima cosa che bisogna far vedere è di risiedere regolarmente e continuativamente (cosa, se ci pensiamo, non estremamente facile) per dieci anni in Italia. Dimostrare di risiedere in modo regolare e continuativo in Italia comporta il superamento di tutti i vari rinnovi del permesso di soggiorno, cosa che abbiamo dovuto fare fino a quando avevo sedici anni, quindi nel 2012, anno in cui abbiamo ottenuto la carta di soggiorno – che non ha scadenza. La cosa che più mi colpisce è che la maggior parte delle leggi² che regolamentano i criteri per conseguire la cittadinanza sono state varate in un periodo di forte emergenza. Successivamente sono state modificate o, in alcuni casi, abrogate, ma la base da cui partono è proprio la necessità di rispondere a una contingenza precisa, quella dei grandi sbarchi che si stavano verificando sulle coste pugliesi tra gli anni Ottanta e Novanta.

 

VMDR: Come è stato vivere con la consapevolezza di avere, in un modo o nell’altro, una “data di scadenza” addosso?
KM: Diciamo che, per quanto potessi non pensarci, di certo non è stata una cosa tranquillissima da vivere. In confronto ai miei amici o, più in generale, alle persone intorno a me, ho sempre sentito in sottofondo, quasi in lontananza, un peso che diventava sempre più ingombrante ogni volta che si avvicinava la data del rinnovo del permesso. Anche dopo aver ottenuto la carta di soggiorno, comunque non è stato così immediato per me fare progetti a lungo termine. È vero che, alla fine, la vita va avanti e comunque ho sempre pensato al mio futuro, ma non è stato per niente semplice ed è per questo che a volte resto interdetto quando mi chiedono cosa me ne faccio della cittadinanza, se tanto provengo da un paese europeo. Con la carta di soggiorno ho tirato un sospiro a metà: tolta l’ansia del rinnovo, c’è sempre la paura che da un giorno all’altro te la possano revocare – anche se c’è una regolamentazione dietro e non mi sono mai trovato in condizione di revoca, la parte più irrazionale di me (come del resto sono la maggior parte delle paure) contemplava questa possibile situazione.

 

VMDR: Quindi, tornando a quanto stavamo dicendo, hai fatto richiesta per ottenere la cittadinanza poco prima di diventare maggiorenne.
KM: Esatto, ti stavo elencando i parametri che abbiamo dovuto raccogliere o raggiungere per la domanda. Dopo i dieci anni di permanenza nel Paese, abbiamo dovuto dimostrare che avevamo un’abitazione regolare e un reddito consono, che viene ricalcolato includendo tutta la famiglia – mia madre era single e con a carico due figli, fortunatamente lavorava abbastanza bene da riuscire a mantenerci, ma non sempre è facile raggiungere la soglia richiesta per il reddito. Dopo aver raggiunto questi standard (quelle che ti ho elencato sono solo alcune delle principali cose che mi vengono in mente, sicuramente ho tralasciato altri dettagli), inizia il delirio di pagamento di bollettini e marche da bollo – nel caso di mia madre, tutto moltiplicato per tre. Siamo dovuti tornare nel nostro paese natale per recuperare i vari atti di nascita e lo storico penale di ognuno da riportare in Italia e far tradurre (a spese nostre) in via ufficiale. È stato impegnativo, non lo nego, ma mi rendo conto di esser stato fortunato in un certo senso: recuperare tutta la documentazione ci ha occupati per due settimane perché, alla fine, si tratta di un paese raggiungibile in poco più di un’ora di aereo dall’Italia.

 

VMDR: A quel punto siete andati avanti con l’inoltro della domanda, che a quanto mi sembra di capire, non significa che venga accettata – nonostante il conseguimento di tutti i requisiti richiesti.
KM: Non ci sono garanzie; inoltrare la domanda significa solo che è stata presentata e nel frattempo si può solo aspettare l’esito. Le tempistiche sono indefinite e mai chiare: nel nostro caso, come in quello di molti altri, è trascorso un anno intero solo per sapere che la domanda era stata accolta. Dopo questo step, siamo stati chiamati dalla prefettura per depositare e controllare tutti i fogli che avevamo preparato. Qui, se posso aggiungere una nota a margine, a me è capitato un imprevisto: la burocrate a cui avevamo affidato le nostre pratiche (abbiamo deciso di rivolgerci a una professionista per evitare inghippi, a spese nostre) aveva per sbaglio inserito lo stesso atto di nascita per me e mio fratello, in entrambe le nostre pratiche. Quando in prefettura abbiamo ricontrollato tutto, non è stato possibile modificare la data seduta stante e i funzionari statali mi hanno comunicato che la mia pratica sarebbe ripartita dall’inizio, riportandomi indietro di due anni nella procedura rispetto a mia madre e mio fratello.

 

VMDR: Per anni interi, quindi, hai vissuto nel dubbio se saresti effettivamente diventato cittadino italiano.
KM: È andata proprio così, e la cosa peggiore è che dopo che l’iter è stato avviato ufficialmente dalla prefettura, le pratiche rimbalzano da un ufficio all’altro, senza che ti venga comunicato o detto niente su quello che avverrà o, quantomeno, entro quando si avrà una risposta definitiva. L’unico metodo per controllare l’avanzamento dei lavori è monitorare il portale del Ministero dell’Interno – un sito che, praticamente, ho consumato – e la cosa buffa è che il portale è aperto solo durante gli orari d’ufficio, mentre in altri momenti della giornata risulta oscurato. Controllando spasmodicamente il sito mi è sembrato che il tempo non passasse mai: le diciture sono sempre più che generiche e mai aggiornate in tempo reale. Quando, alla fine, mi è stato confermato che potevo avere diritto alla cittadinanza, ho dovuto aspettare che la prefettura mandasse al mio comune di residenza il decreto, cioè il documento con cui il Presidente della Repubblica concede la cittadinanza. La cosa surreale è che, nel caso di Pistoia, dove vivo, prefettura e comune distano a meno di un chilometro l’una dall’altro; nonostante questa vicinanza e le tempistiche dichiarate di massimo tre mesi, solo dopo un anno intero questo foglio è arrivato in comune.

 

VMDR: Solo nel dicembre 2023 hai potuto toccare con mano il risultato concreto di questo lunghissimo procedimento. In tutto questo periodo, hai mai avuto la curiosità di vivere altrove?
KM: Sì, una carta d’identità con la dicitura “ITA” è un oggetto concreto, ma che porta con sé tutta la fatica e l’incertezza che io e la mia famiglia abbiamo vissuto per anni e che spesso, anche a causa di politiche che tendono a semplificare o a demonizzare l’immigrazione, resta nascosto alla maggior parte della popolazione. Personalmente non ho mai desiderato lasciare questo Paese: è, di fatto, casa mia e non ho mai preso in considerazione l’idea di fare da un’altra parte la stessa vita che ho qui. Quando all’estero mi chiedono di dove sono, rispondo di essere un albanese che vive in Italia; quando mi definisco italiano, sento sempre la pressione di dover specificare meglio. Non so se questa sia una fissazione mia o se rispondo così perché, dopo tutti questi anni, nella mia testa riecheggia la domanda successiva: «Sì, vivi in Italia, ma di dove sei davvero?».

 

Adesso, dopo tutti questi anni, il mio amico può dire di essere italiano – anche se, come ho raccontato nella premessa, in realtà lo è sempre stato e il mio intento nel trascrivere questa conversazione non è mai stato quello di indagare il lato sentimentale delle vicende che Kleant ha vissuto, perché traspare già dalle sue parole. Ci sono molte parentesi tristi che abbiamo voluto tenere da parte, ma ci sono altrettante parentesi cariche di disappunto che, speriamo, il racconto di questa storia possa far scaturire (almeno in parte) in chi la sta leggendo.

 

Ho voluto far luce su quanto complicato sia stato il trascorso di Kleant e della sua famiglia partendo da una situazione che ho vissuto in prima persona: di recente mi sono accorta che, se non fossimo stati amici e se non avessi vissuto accanto a lui tutti questi iter burocratici, probabilmente non avrei mai riflettuto sulle pratiche che servono a completare il conseguimento della cittadinanza di un paese. Probabilmente sarei rimasta nella mia bolla di persona privilegiata, lamentandomi, per esempio, di dovermi recare ogni quattro anni in ambasciata a Roma per rinnovare il mio secondo  passaporto.
Probabilmente non mi sarei neanche mai interessata a cosa devono attraversare centinaia di migliaia di persone che arrivano o sbarcano sulle coste del mio Paese in modo illegale. Forse non mi sarei neanche mai chiesta che cosa spinge una persona a lasciarsi alle spalle la propria terra natale, la famiglia e tutti gli affetti che ha per vivere un’altra realtà totalmente diversa. 


Credo che l’oggettività dei fatti nella storia di Kleant, così come in quella di migliaia di altre persone nella sua situazione, parlino chiaro.
È tempo di mettere da parte slogan sensazionalistici e fuorvianti che spingono a voltarci dall’altra parte quando qualcuno, appena arrivato nel nostro Paese, chiede accoglienza e ospitalità. Queste due parole significative e intersecate tra di loro indicano uno dei diritti umani fondamentali alla base di ogni coesione sociale, strettamente collegata al fenomeno delle migrazioni che da sempre caratterizzano la storia dell’umanità e i continui scambi culturali fra i popoli.  

¹ Roland Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 1979, p. 19.

² La legge alla base del requisito di risiedere per almeno dieci anni è la legge Martelli, istituita nel 1990 e ampliata due anni dopo. L’Italia, all’epoca, stava attraversando un periodo di forti flussi migratori; la maggior parte di queste leggi nacque da una situazione di emergenza interna e nel corso degli anni non è stata del tutto revisionate, ma spesso ampliata o modificata in parte. La legge Martelli venne abrogata nel 1998, anno in cui entrò in vigore la legge Turco- Napolitano. Quest’ultima, tra i vari provvedimenti, ha istituito un Testo Unico sull’immigrazione e una carta di soggiorno per i residenti a lungo termine nel Paese.

Virginia Maciel da Rocha (Prato, 2000), nata e cresciuta in una piccola provincia toscana da madre italiana e padre brasiliano, non riesce a definirsi né di un Paese, né dell’altro. È attualmente studentessa magistrale al corso CITEM (Cinema, televisione e produzione multimediale) presso l’Università di Roma Tre. Si occupa come giornalista freelance, di recensire le ultime uscite cinematografiche per varie testate quali Exibart, Ginkgomag (trimestrale cartaceo) e segue il magazine online uncleyanco.it, incentrato su cinema e arti visive. Scrive nella convinzione che le parole stampate su carta non siano né mero intrattenimento, né una manifestazione artistica fine a sé stessa, ma, come ogni forma d’arte, possano e debbano cambiare il mondo.

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