Precarietà: un’introduzione. Movimenti propedeutici per danzare dopo la caduta

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Refusi

di Benedetta Manzi

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ALEPH

appunti per una consapevolezza spazio-temporale 

di Roberto Casti

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«Dance, to the radio!»
Futuri epilettici, tempi precari, la danza di Ian Curtis

di Marco Bellinzona

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Il punctum di Kleant

di Virginia Maciel da Rocha

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Labirinto: l’anti paradiso

di Arianna Tremolanti

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Precarietà

di Lorenzo Bonaccorsi

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The Lady Bo Show
Appunti di una giornata sospesa

di Anna Maconi e Caterina Nebl

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Napua NakapuaNuvole Pure

di Davide Robaldo

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Il cerchio delle streghe

di Selene Ghiglieri

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Latimeria

di Pierluca Esposito

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Gasping, dying, but somehow still alive

di Gianluca Tramonti

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ANIMALE

di Michele Damna

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 Sweating Cave Pages

di Traian Cherecheș

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“Non fare” come atto di resistenza alla società della prestazione

di Sofia Rasile

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Cronache di fantasmi al margine

di Olivier Russo e Silvia Ontario

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.sette fiamme per rinascere.

di Stefano Ferrari

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Bibliografia, sitografia, filmografia

per approfondire

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ALEPH

appunti per una consapevolezza spazio-temporale

di Roberto Casti

Suggerimento per la lettura: invito chiunque stia leggendo questo testo ad ascoltare, nel frattempo, la playlist Aleph presente sul mio canale SoundCloud.

Quante persone stanno vivendo in questo momento?

Quante di queste stanno dormendo?

Quante, invece, stanno fissando una parete vuota?

C’è qualcunə che sta scrivendo?

Quante canzoni vengono ascoltate ora, in questo istante?

Quante di queste sono canzoni d’amore?

E quali fanno piangere realmente?

Quante persone stanno piangendo ora?

Quante hanno una persona accanto?

Quante sono da sole?

Quante si sentono sole?

Quando da piccolo mi ammalavo, la febbre mi faceva uno strano effetto: mentre tentavo di dormire e la mia mente delirava, ero in preda ad assurde visioni che non riuscirei a descrivere con accuratezza. Sono certo solamente di aver provato quelle sensazioni diverse volte, e in tutti i casi ero addormentato e malato. Incubi capaci di farmi sentire piccolo e inerme, sempre accostato a figure colossali e inenarrabili, dalle dimensioni e fattezze incomprensibili. Ma nonostante sapessi di essere me, di possedere forma e altezza umane, la febbre mi portava ad assistere a un processo di scalabilità: mi facevo trasportare da montagne russe invisibili che conducevano il mio piccolo corpo febbrile su e giù a un ritmo compulsivo, dandomi la possibilità di intravedere, durante queste vorticose scalate, le sommità di quegli esseri impossibili da descrivere.

Non ho mai più sognato quelle cose. Ogni tanto, ripensandoci, mi vengono in mente le creature immaginate da H.P. Lovecraft, accomunate da una sorta di inafferrabilità da parte della mente umana.

Tuttavia, negli ultimi anni, ho cominciato ad avvertire un ribaltamento. La sensazione di instabilità e piccolezza, che provavo durante i sogni infantili deviati dalla febbre, sembra essersi riversata nella vita reale, scappando dal mondo onirico dell’inconscio e della malattia per approdare, con feroce lucidità, nella vita di tutti i giorni. Questo perché ormai, da quando l’umanità ha capito di essere uscita dalla pandemia di SARS-CoV-2, la mia mente non ha più avuto l’occasione di riallacciarsi al concetto di normalità. La vita scorre veloce rivelandomi la contraddittorietà della nostra epoca umana – segnata dall’incessante bisogno capitalista di progredire e controllare il caos nonostante i disastri climatici, lo sfruttamento dei corpi e delle risorse, la scomparsa dei diritti e del bene pubblico, la chiusura dei confini e il proseguimento dei piani coloniali.

 

L’incubo è realtà, perché non ci si può svegliare se non tornando a dormire. La febbre è lucidità, poiché sintomo di una consapevolezza mortale. Da questa constatazione nasce l’esigenza di abitare un nuovo stato delle cose che è di per sé precario, instabile.

Quante persone stanno guardando una mostra adesso?

Quali opere si trovano davanti?

Sono opere che invitano a pensare?

Invitano all’ascolto?

Oppure allo sguardo?

Quanti individui stanno provando piacere nel guardare un dipinto?

Quanti si sentono frustrati?

Quanti treni stanno viaggiando?

Quanti di questi corrono ad alte velocità?

Quanti invece corrono lenti, dando la possibilità di vedere il paesaggio?

Quante persone stanno viaggiando all’interno di essi?

Chi sta dormendo?

Chi sta chiacchierando?

Quante non pagano il biglietto?

Quante lavorano al computer?

E quali paesaggi scorrono nel finestrino?

Da anni rifletto sul concetto di consapevolezza spazio-temporale. È una percezione del tempo e dello spazio in cui io mi sento inserito nel flusso del presente – qui e ora – intercettando però la relazione che intercorre tra me e il mondo, per pochi attimi. Vuol dire sentirmi realmente presente e potenzialmente in ascolto di ciò che sta accadendo oltre me, oltre il mio corpo.

Ogni persona può sperimentare questa sensazione in momenti diversi: per qualcunə può essere un tramonto in compagnia di amicə, per altrə una passeggiata in montagna con il proprio cane, un momento di vicinanza alla propria famiglia. 

Il corpo, rinsavendo dall’automatismo a cui la mente lo abitua, si allinea al resto. L’io ritorna presente nel mondo, si aggancia e scorre con esso rivelandosi parte di eventi e connessioni interdipendenti. L’auto-riflessione, paradossalmente, è una questione dialogica, ovvero di relazione diretta con ciò che è oltre me. 

Ovviamente possiamo avere conversazioni con il pilota automatico inserito, ma se unə è davvero interessatə a un’altra persona e viene coinvoltə in una conversazione, la consapevolezza dialogica può durare anche alcune ore. Pur se non ce ne rendiamo conto, tutto questo ha conseguenze profonde: gran parte del pensiero auto-riflessivo si realizza proprio nel momento in cui i confini del sé sono meno netti¹.

Tuttavia, nella maggior parte del nostro tempo rimaniamo ingarbugliati in quello che io chiamo “presentismo”, ovvero un orizzonte spazio-temporale chiuso in se stesso che contempla solamente il benessere e la sopravvivenza individuale, condizione questa che il capitalismo è riuscito ad accentuare e usare a suo favore per dividere l’individuo (il suo corpo, la sua sfera privata, il suo confine) dal resto del mondo (la collettività, la sfera pubblica, l’alterità, il non umano). Questa bolla è, dopotutto, la normalità – una condizione di linearità che ci serve per sopravvivere. 

Forse questo è il nostro modo di reagire al contemporaneo, inteso dallo studioso e critico Boris Groys come un presente costituito da dubbio, esitazione, incertezza e indecisione².

Un periodo di lunga riflessione e analisi del passato, oltre che di attesa di un cambiamento futuro che potrebbe non arrivare. Il dubbio e l’incertezza, essendo caratteristiche principali di una condizione esistenziale sistemica – perciò condivisa – pongono l’individuo di fronte a una scelta: abitare un presente instabile che richiede al sé un’oscillazione continua dalla sfera personale a quella collettiva oppure costruirsi una normalità il più possibile lontana dalla precarietà.

Ma la normalità ha l’ovvio potere di appiattire la realtà nascondendone la complessità. E, quindi, più ci troviamo immischiatə in una sfera sempre più circoscritta all’esperienza individuale, più ci dimentichiamo di ciò che abita al di là del muro. Non ci accorgiamo della temperatura esterna che aumenta, delle condizioni instabili a cui è sottopostə chi lavora nei campi e nelle fabbriche che producono molti beni di cui disponiamo, non facciamo caso all’annullamento dei diritti in un’altra parte del mondo. Diamo tanto per scontato e, così facendo, ci illudiamo che le cose non possano cambiare. 

Quantə amicə si stanno abbracciando?

Quantə si stanno dicendo addio?

Chi sarà lə prossimə combattente?

Chi sarà lə prossimə presidente?

Chi sarà lə prossimə partigianə?

Quante rondini volteggiano per aria?

Quante hanno deciso di spostarsi?

C’è qualcuna che ha forse deciso di rimanere?

Quante farfalle stanno nascendo in questo momento?

E quante stanno per morire?

C’è forse qualche umano che ha assistito 

alla morte di una di esse in questo momento?

[…] vidi la circolazione del mio oscuro sangue, vidi il meccanismo dell’amore e la modificazione della morte, vidi l’Aleph, da tutti i punti, vidi nell’Aleph la terra e nella terra di nuovo l’Aleph e nell’Aleph la terra, vidi il mio volto e le mie viscere, vidi il tuo volto, e provai vertigini e piansi, poiché i miei occhi avevano visto l’oggetto segreto e supposto, il cui nome usurpano gli uomini, ma che nessun uomo ha contemplato: l’inconcepibile universo.³ 

Negli ultimi anni la sensazione di instabilità mi ha portato a spostare costantemente la mia visuale dal me al mondo, dall’interno all’esterno. Tuttə noi, in realtà, abbiamo molta più conoscenza degli eventi planetari grazie all’avanzamento della tecnologia. Siamo capaci di osservare da un unico punto una guerra alle porte dell’Occidente, gli incendi inarrestabili in Canada e lo scioglimento dei ghiacciai. Le nostre case sono punteggiate da oggetti che ci connettono al mondo esterno: condotti e canaline scorrono nascosti lungo i muri trasportando acqua, gas ed elettricità provenienti da luoghi lontani; sottili fili intrecciati collegano i nostri dispositivi a chilometri e chilometri di tubi sommersi negli abissi più oscuri. Questi passaggi sono qui, di fronte ai nostri occhi, e rivelano un’interconnessione planetaria che spesso viene celata.

 

Non può che tornarmi alla mente L’Aleph, racconto in cui Jorge Luis Borges narra di un punto dal quale è possibile osservare, nello stesso istante, qualsiasi parte della Terra da qualsiasi angolazione. Davanti a una sfida immaginativa di tale portata, come succede in molti racconti di Borges, la mente umana sembra venir oppressa, annientata. L’ubiquità, in fondo, era una caratteristica di Dio concepita nel Medioevo per spiegare la capacità del divino di essere presente contemporaneamente in ogni punto del suo creato. 

Ma oggi, con un piccolo dispositivo, noi umani possiamo scivolare dall’ultimo listening party di Kanye West agli incendi nel sud Italia; osserviamo le sfilate di moda ma anche le manganellate della polizia sullə studentə; siamo testimoni del genocidio del popolo palestinese perpetrato dal governo israeliano ma anche degli innumerevoli conflitti che spingono popolazioni a migrare e ad abbandonare le proprie case.

Oggi il presente e i luoghi sono frammentati, impossibili da concepire nella loro fisicità. Chi ha il privilegio può viaggiare facilmente da un continente all’altro, continuare a lavorare a distanza mentre si sposta da una spiaggia all’altra. Ma tutto sembra acquistare valore solo in rapporto a uno sguardo individuale, a un potere che non può prescindere dalla persona che lo esercita.

Quante persone pensano al futuro?

Quante pensano al presente?

Quante riflettono sulla loro complicità 

nel mantenere un ordine sociale oppressivo?

Quante lavorano per smantellarlo?

Quante si sentono sopraffatte?

Quante si sentono speranzose?

Quante hanno paura?

Quanti aerei stanno buttando bombe?

Quante case sono distrutte?

Quanti ospedali?

Quante persone stanno tenendo un segreto?

Quante persone godono provando dolore?

Quante persone sono esauste da sempre?

Quanti animali ci guardano compatendoci?

Quante volte hai visto la morte?

Quante volte hai visto la morte e ne sei rimastə indifferente?

Quante volte sei rimastə indifferente alla vita?

La tecnologia ha sempre avuto lo scopo di aprirci al mondo, di afferrare informazioni e conoscenze che prima l’umanità non possedeva. Ma, in realtà, è facile cadere in uno stato di passiva fiducia verso strumenti a cui ormai assegniamo un potere gestionale, economico, burocratico e persino bellico. I dati, infatti, sono diventati il nostro modo di interpretare la realtà, un tentativo umano di oggettivare e dare valore a ciò che ci circonda. I numeri ci servono per valutare le prestazioni lavorative e gli ordini su Amazon, far funzionare gli algoritmi e le nostre interazioni su internet. 

Apparentemente una somma di dati è capace di racchiudere un’idea del mondo che sarebbe altrimenti impossibile da confinare. L’intelligenza artificiale può infatti visualizzare un contenuto, un’informazione o persino un target militare senza che l’essere umano si schiodi dalla propria scrivania. Appare più facile affidare a una macchina il potere di interpretare la realtà, forse perché quest’ultima viene vista (inconsciamente) come un organismo complesso, precario e di difficile catalogazione. Quindi anche le scelte più difficili, che ci pongono di fronte a delicati dubbi morali, vengono mediate dall’uso delle macchine – come fa per esempio Israele quando affida la selezione dei potenziali target palestinesi a Lavender, un’I.A. che produce centinaia di bersagli al giorno in base a numerose quantità di dati che l’essere umano non riuscirebbe a processare⁴.

Inoltre, nel panorama di orizzontalità odierno, in cui i balletti e le recensioni di un prodotto hanno lo stesso “valore mediatico” delle notizie, solo chi è capace di mantenere uno sguardo critico e lucido sulle cose riesce a stare a galla senza lasciarsi sopraffare. Questo esercizio di costante attività cognitiva conduce a una profonda stanchezza fisica ed esistenziale – sensazione che ha plasmato la disillusione figlia del realismo capitalista⁵, il crollo della fiducia nei valori dell’Occidente e la depressione dilagante.

Quindi mi chiedo: è ancora possibile abitare la complessità senza sprofondare in uno stato di passiva inerzia o, al contrario, in una depressione che oscura possibili vie d’uscita? La strada che sto cercando è lì, tra il sonno tranquillo e incurante del resto e l’incubo a occhi aperti che accetta con resa la catastrofe imminente. 

Come essere più reciprocə?

Come smettere di lavorare?

Come imparare a riposare?

Come imparare ad amare chi non è simile a noi?

Quante famiglie sono divise?

Quante famiglie sono in movimento?

Quante famiglie sono riunite?

Come si sentono le persone felici?

Quante volte abbiamo visto qualcunə per l’ultima volta senza saperlo?

In quantə si sentono padronə del proprio tempo?

Il periodo in cui sono nati questi appunti ha coinciso con l’emergere di forti insicurezze personali e planetarie. Mentre cerco, giorno dopo giorno e fallimento dopo fallimento, di portare avanti la mia vita, il mondo grida: mi parla incessantemente della violenza, dello squallore e dell’assurdità umana; mi dice che il muro sta crollando e che, molto presto, non si potrà tornare indietro. Non potrà aver luogo una ricostruzione. Quali sono le lacrime dettate dalla sofferenza personale e quali le lacrime per le vittime di un’ingiustizia consumatasi di fronte agli occhi di tuttə?

Ma poi arriva una consapevolezza: altre persone stanno piangendo in questo momento. Quante sono esattamente? Quaranta, duecento, tremila, diecimila. Potrei chiedere il dato preciso a un’I.A., ma non me lo saprebbe dire. Potrei leggerlo su Google, ma non avrei una risposta certa. La cosa che capisco, mentre mi pongo una domanda del genere, è che non ha importanza saperlo. È invece importante – se non necessario – sapere che qualcunə oltre me, in questo momento, sta piangendo. Ed è proprio questo tentativo di immedesimazione impossibile, lo spostamento da me a una complessità che non posso abbracciare del tutto, a far sì che l’instabilità non diventi preludio di una caduta. Tentare l’apertura al mondo, concedersi a esso – pur rinunciando al potere di racchiuderlo, comprenderlo e sfruttarlo – vuol dire rendersi consapevoli dello stato di precarietà delle cose. Significa, per assurdo, difendere lo stato fluido di instabilità, perché simbolo di riappropriazione di una condizione collettiva, sicuramente frammentaria, ma pur sempre condivisa e, perciò, punto di partenza per una rigenerazione di domande, immaginari e possibili strade future.

Consapevoli della nostra condizione comune, mossə dal dubbio che singolarmente ci spinge ad affacciarci alla finestra, ci allineiamo al resto. È quel brivido che proviamo accanto a migliaia di persone che sfilano con rabbia e dolore, gioia e complicità. È quella sensazione di vicinanza emotiva che ci invade mentre le persone a cui vogliamo bene ci circondano. Il calore del cane accucciato accanto a noi, la condivisione di un momento apparentemente insignificante che all’improvviso emerge dalla quotidianità. Questo è il momento sfuggevole a cui bisogna agganciarsi, l’attimo in cui il sé vacilla per lasciar spazio al flusso indeterminato del mondo. Lo spiraglio in cui possiamo realmente agire.

Non abbiamo bisogno di una risposta certa, non serve affidarsi a dei dati rivelatori. L’imprevisto è la possibilità di un mondo diverso da questo, dalla reiterazione di un’ideale di vita perfetta che, finora, non ha mai funzionato. Abitiamo l’imperfezione, ne facciamo parte, ed è da qui che possiamo ripartire continuamente. Dalle domande e, quindi, dall’alta probabilità di non avere risposte. Perché le domande sono i versi della poesia che ci accomuna: quella che rivela una coralità mortale, fugace e instabile ma estremamente viva.

Quante persone sentono di non avere tempo?

Chi sta provando piacere?

Chi invece si sta autocensurando?

Come possiamo vivere assieme senza gerarchia?

Stiamo entrando nel totalitarismo?

Può il fascismo essere estirpato?

Può il colonialismo essere estirpato?

Siamo salvə?

Quanti funghi stanno crescendo nel bosco?

Come imparare a chiedere scusa?

Come smettere di punire?

Sarà l’amore incondizionato l’ultima soluzione?

Siamo più vicinə a ieri o a domani?

Il nostro mondo si sta avvicinando alla fine?

Quante persone sono qui adesso?

La lista di domande che accompagna questi appunti, tradotte e adattate secondo le norme editoriali di xenia UNO, è una selezione proveniente da un’opera/testo intitolata Aleph (Milano-Berlino), cominciata in occasione di Fernweh, mostra mia e di Friedrich Andreoni a cura di Caterina Angelucci e Andrea Elia Zanini, ospitata da KA32 a Berlino nel novembre 2023. Il testo è stato scritto grazie al contributo di alcunə amicə e del pubblico della mostra, a cui è stato chiesto di pensare a delle domande su quel preciso momento. Un esercizio di consapevolezza spazio-temporale utile a spostare il proprio punto di vista. Il risultato è una lista potenzialmente infinita che, tramite future riproposizioni, tende a crescere ed evolversi in modo da collegarsi a luoghi e persone sempre diverse.

 

Le tracce della playlist, che ho suggerito di ascoltare durante la lettura, provengono da quattro installazioni sonore – esposte anch’esse durante la mostra a Berlino – realizzate con suoni registrati da me o da alcunə amicə in diverse parti del mondo. Le registrazioni sono state rallentate fino a creare dei tappeti sonori ambient in cui ogni dato spaziale e temporale viene schermato. I display che riproducono le tracce sono pensati per abitare i margini di uno spazio abitativo o commerciale; sono infatti tubi di scarico e dell’acqua, un condotto dell’aerazione e una scatola di derivazione: strumenti funzionali ma celati che servono di solito a nascondere dei “passaggi”, siano essi di energia, di aria o di informazioni.

¹ David Graeber, Dialoghi sull’anarchia, Elèuthera, Milano, 2021, p. 30.

² Boris Groys, Comrades of Time, «e-flux Journal», n. 11, dicembre 2009.

³ Jorge Luis Borges, L’Aleph, in L’Aleph, Feltrinelli, Milano, 2004, p. 167.

L’intelligenza artificiale Lavender è stata “allenata” grazie a un database di individui giudicati in base a delle caratteristiche che rifletterebbero quelle dei militanti di Hamas e del Movimento per il Jihad Islamico in Palestina. Maggiori informazioni: Bethan McKernan, Harry Davies, ‘The machine did it coldly’: Israel used AI to identify 37,000 Hamas targets, «The Guardian», 3 aprile 2024.
Abbiamo l’idea che la macchina sia più oggettiva e che riesca ad attuare una selezione in modo più impersonale ma, in realtà, essa basa le sue scelte sui dati forniti dall’essere umano che, a sua volta, ha dei chiari pregiudizi xenofobi nonché intenti politici. Il risultato, come quello a cui stiamo assistendo dal 7 ottobre 2023, non può che essere devastante. Ad oggi (16 aprile 2024) le vittime sono circa 33.800 (dati riportati da ANSA il 15 aprile 2024).

La realtà, secondo il filosofo Mark Fisher, è arrivata ad assumere senso e significato solo e soltanto attraverso le regole del capitalismo. Si tratta di una realtà apparentemente impossibile da combattere, in cui sembra imperare ancora, ormai sul piano ontologico ed esistenziale, lo slogan cardine della politica neoliberista utilizzato da Margaret Thatcher durante gli anni Ottanta: «There is no alternative». Per approfondire: Mark Fisher, Realismo capitalista, Nero, Roma, 2018.

Roberto Casti (Iglesias – SU, 1992) è un artista, musicista e scrittore. Vive e lavora tra Milano e Iglesias, in Sardegna. La sua ricerca artistica include diversi linguaggi tra i quali video, performance, installazione, pittura e suono. Con il collettivo trans-disciplinare The Boys and Kifer, nato nel 2014 come band musicale fittizia, indaga nuovi metodi di comunità e convivenza attraverso la partecipazione di numerosə artistə, musicistə e teoricə. Ha collaborato ed esposto in diversi spazi e istituzioni quali MACRO (Roma), IUNO (Roma), MAN (Nuoro), FRAC di Corte (Francia), Marsèlleria (Milano), PAV – Parco Arte Vivente (Torino), OGR – Officine Grandi Riparazioni (Torino) e Accademia di Belle Arti di Brera (Milano). Ha pubblicato articoli per Nero On Theory, Kabul Magazine e Antinomie. Nel 2023 ha partecipato alla pubblicazione di Soft Crash, libro collettivo prodotto dal museo MACRO di Roma.

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