Scorticare le colonne || Spaccare le pareti
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Incontrarsi nelle crepe. Un dialogo con Bayo Akomolafe
di Deborah Maggiolo e Alessandra Sebastiano
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Composizione
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Tra il dire e il fare
di Ljuba Ciaramella e Piermario de Angelis
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Da dove arriva la cucuzza della nonna?
di Anita Fonsati e Angela La Rosa
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Io a Milano non sogno più
di Ljuba Ciaramella e Matteo Gari per Maratona di Visione
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Autopsia di una domanda
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Scorticare le colonne || Spaccare le pareti

Io non sono innocente, perché mi muovo sempre. Non mi piace, non posso, riflettere sulla forma perfetta dei corpi e delle cose. Non posso, non voglio, bere alla fonte sempre uguale, quella più facile da trovare perché nasce come versione cosmetica della violenza del mondo.

Ideologia. Non voglio, e non riesco, a stare in questo mondo come chi sta su una pedana. Perché affondo nella complessità di una casa senza pareti, con l’aria che passa nei buchi del mio corpo.

Chi ospita Chi, nell’aria?

Il problema dell’ospitalità è un problema di gravità: la forza che attrae al centro della Terra e forse al centro della vita; la matrice che tiene l’involucro del corpo innatamente spinto al contatto con tutto il resto. L’aria non è mai innocente.

Chi ospita Chi, quando l’aria non è uno spazio astratto ma diventa il luogo della gravità, della terra e del fango? Ospitalità. Toccarsi nel fango: immagine eroica, sporca e tenera in cui “io” non esiste, non è mai esistito e mai esisterà. 

Mi chiedo se l’ospitalità sia una verità e non una scelta. Ponendo questo dubbio, ammetto di avere l’ambizione di scorticare | rivoluzione | le colonne della volontà e della morale.

Scorticare e non abbattere, affinché rimangano in piedi ma con una superficie rinnovata, dove l’ospitalità diventa l’anima del fusto e il meccanismo di sopravvivenza, prima ancora di essere una scelta.

Mi chiedo poi se questa verità si manifesti improvvisa come un fulmine o lenta come una consapevolezza. Penso all’argilla che acquista plasticità se bagnata con l’acqua, alle prime case costruite con questo materiale, le pareti che si muovono durante ogni temporale, e nelle fessure lo spiffero del mondo, tra loro e il resto, tra me e te.

Quanto è vuoto il vuoto di una pagina bianca, quando si parla di ospitalità?

Dopo questa domanda il flusso di coscienza si spezzò e ci ritrovammo a guardarci, smarrita ogni risposta. I suoi pensieri iniziarono ad alloggiare nei nostri corpi, risvegliandoli. Queste parole ci attraversarono come un vento impetuoso, ma famigliare. Eravamo una costellazione e ce ne accorgevamo solo adesso.

 

Così, xenia ci accolse e vi accoglie.

Una creatura immateriale, ibrida, abitante di uno spazio indefinito e un tempo perpetuo. xenia è tante cose, ricorda molte cose. È la porta di casa sempre aperta che ci lascia entrare, attendendoci sull’uscio. È quella parete che collega la mia casa alla tua: sta nel mezzo. Ed è la chiave che apre il portone e ci fa guardare fuori: cosa vedo quando ti cerco? Ma forse, soprattutto, è questo spazio di vita e di prossimità che si instaura quando ci incontriamo. La liminalità abbraccia xenia e noi, e voi, e te, suggerendoci che ogni cosa esiste in relazione a qualcos’altro. Lo sguardo si muove. Vedete come cambia il mondo se spostiamo il punto di vista? 

 

Per xenia, ad esempio, è tutta una questione di accenti. 

è \ ì 

Xenìa – da ξενία – significa ospitalità. In particolare, nella Grecia Antica ritroviamo la xenìa come una pratica essenziale, alla base della società: tramite l’ospitalità si instauravano legami perpetui tra persone e popoli, anche se in conflitto tra di loro. Era un vincolo inviolabile regolamentato da prassi non scritte di rispetto reciproco e rituali di scambio di esperienze e doni per sigillare il rapporto: gli xènia.

 

Ma xenìa è anche un fenomeno di ibridazione in ambito botanico: quando due varietà si uniscono, il loro legame è già presente nella specie che verrà. 

 

Vedete, xenia è tante cose. In tempi inospitali come questi che ci abitano e ci alienano, ci sembra più che mai un’urgenza immaginare nuove esperienze di coabitazione, fatte di alleanze tra, dentro e fuori di noi. La soglia di casa si dilata e il confine diventa indefinito. Alla fine capiamo che è possibile conoscere solo relazionandosi all’alterità. In questo intervallo l’ospitalità non è più un codice morale, ma la pelle di una realtà dinamica in cui tutto incontra tutto in una processualità condivisa.

Ontologia atmosferica. 

xenia non può fare altro che accogliere saperi situati e pratiche disperse, unendo azioni di cura e linguaggi artistici per indagare che cosa vuol dire fare ricerca in ambito culturale. Perché l’ospitalità è anche desiderio: con lei mutiamo, trasmutiamo e diveniamo subito altro, oscillando in un nomadismo dove le nozioni di “straniero” e “accoglienza”, le gerarchie tra “ospitante” e “ospitato”, collassano l’una nell’altra. 

 

La soglia di casa si dilata. Ma chi c’è fuori? E chi sono io dentro? xenia non è una matassa da sbrogliare ma da esplorare: un intreccio che riconfigura incessamente una rete di interessi condivisi e di fratture, riposizionamenti, conflitti e compromessi.

Costruire comunità è Genealogie del Futuro, è casa fuori da casa.

Scrivere di ospitalità non è forse già spaccare le pareti della propria casa?

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