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And Where Is The Body? Browsing through the Integrated Circuit.

in collaborazione con a.v.éc.

Dipartimento delle Arti di Bologna

9 maggio 2023

Genealogie del Futuro è stata ospite online del terzo appuntamento del ciclo di incontri del Graduate Student Workshop AVEC, dal titolo And Where Is The Body? Browsing through the Integrated Circuit.

 

Tramite interventi interdisciplinari si è cercato di costruire un discorso collettivo per la riappropriazione del cyberspazio come luogo di esplorazione identitaria. 

 

Accompagnatə dalla lettura della Dichiarazione d’Indipendenza del Cyberspazio di John Perry Barlow, ə partecipanti sono statə invitatə a esplorare Frenesia, ClubVR, un luogo tra il reale e il virtuale ideato da @genesia_vr.

FRENESIACLUBVR: Virtual Glitching Bodies

Testo di Matteo Gari

performance di Genesia

Se il mondo è anche nostro, allora rifiutiamoci di funzionare per un sistema che non è stato costruito per il nostro benessere.

La diffusione di tecnologie informatiche, Internet fra tutte, ha segnato profondamente diverse generazioni di nativə digitali nel mondo occidentale, che attraverso questi strumenti danno vita a vere e proprie culture e sottoculture che, negli interstizi della Rete, immaginano nuovi modi di costruire identità personali e collettive, in cui esperienze queer e non normative possono fiorire.

 

Purtroppo però la relazione tra le nostre vite e le tecnologie digitali che utilizziamo è ancora culturalmente vista alla luce del cosiddetto “dualismo digitale”: una concezione binaria della realtà che vedrebbe, opposte e totalmente separate, le esperienze vissute IRL (In Real Life) e quelle online, secondo una logica per cui queste ultime sarebbero una semplice illusione o simulazione della “vita reale”.

 

Dovremmo abbandonare questo fallace assunto, che vede il mondo online e quello offline come separati e distinti, a favore di una concezione di “realtà aumentata”. Questo punto di vista si contrappone all’idea, ormai obsoleta, di Internet ereditata dall’immaginario fantascientifico mainstream di fine anni Novanta – per esempio la serie cinematografica Matrix  che ritrae il passaggio dal mondo reale a quello virtuale come un ingresso in un’altra dimensione. La “realtà aumentata” rispecchia, invece, meglio le modalità contemporanee con cui le persone mescolano sempre di più i loro sé fisici: i loro avatar virtuali, al punto da rendere sempre meno rilevante qualsiasi tentativo di distinzione, tendono sempre più a divenire quei cyborg che Donna Haraway tanto auspicava.

 

Il problema del dualismo digitale diventa ancora più palese se si guarda al linguaggio comunemente utilizzato per discutere e definire le esperienze online. Il termine IRL veicola una nozione falsa e ormai antiquata del rapporto tra reale e virtuale, che implica due soggettività (una personalità online in opposizione a una offline) che agiscono autonomamente l’una dall’altra, e porta a considerare qualsiasi esperienza vissuta online come meno autentica e separata da quelle offline. Dunque, dovremmo riferirci all’offline chiamandolo AFK (Away From Keyboard, trad. lontano dalla tastiera), perché esprime l’idea di una soggettività che si muove in un flusso uniforme, che non si interrompe quando una persona si allontana dal computer, ma piuttosto si estende nella società lontana dalla tastiera.

 

Quando nel 1991 è stato lanciato per la prima volta il World Wide Web, il mondo digitale si prospettava come un possibile luogo avulso dalle problematiche di oppressione sociali discriminatorie basate su colore della pelle, etnia, capacità fisiche,  genere e orientamento sessuale. Proprio questa idea di uno spazio digitale che trascende fatti fondamentali della vita sociale rappresenta il culmine del dualismo digitale. La tecnologia non si può astrarre dalle strutture sociali che l’hanno generata. Se così non fosse, rischierebbero di scomparire, perché arbitrariamente escluse dal discorso, tutte le trasposizioni digitali delle forme di oppressione e diseguaglianza sociale a cui le soggettività non normative si trovano a dover subire online e offline. Il concetto di “realtà aumentata”, invece, rende chiaro come le politiche, le strutture e le disuguaglianze proprie del mondo fisico siano parte della «stessa essenza dell’universo digitale; un dominio costruito da esseri umani con storie, punti di vista, interessi, morali e pregiudizi» (Jurgenson, Digital Dualism and the Fallacy of Web Objectivity, 2011).

 

Nel 2020, la studiosa e curatrice Legacy Russell pubblica il libro Glitch Feminism. A Manifesto in cui, attraverso la sua esperienza intersezionale di donna nera e queer cresciuta nell’era digitale, sostiene che le tecnologie digitali, oltre a rendere possibili forme di espressione e interazione sociale inedite, siano in grado di minare il binarismo di genere alla base dei regimi capitalisti e patriarcali attraverso l’utilizzo del glitch, ossia una forma di errore intenzionale e una pratica di disobbedienza queer. 

Una delle idee portanti del femminismo glitch è che l’utilizzo dell’immaginazione e di pratiche creative allo scopo di «impregnare il materiale digitale di elementi fantastici» sia un meccanismo di sopravvivenza per le soggettività non normative. Molte donne, persone queer e razzializzate fanno spesso esperienza di Internet come uno spazio di sperimentazione utile a immaginare se stesse e un “futuro sostenibile”. Il fondamento del femminismo glitch è quindi questo: costruire, “attraverso la rottura” degli schemi del reale e del virtuale, nuovi mondi e spazi in cui prosperare e resistere alle limitazioni delle forme di espressione libere e non normative.

 

La dicotomia tra online e IRL pone limiti ai nostri corpi e alle nostre identità sulla base di un’idea di “vita reale” che esclude e ignora determinati mondi e modi di esistere, invece di espanderli e supportarli. Al contrario, la “realtà aumentata” consente alle nostre identità di essere manifeste nella propria potenzialità ed esistere oltre lo spazio digitale e, proprio in virtù di questo continuo riverbero tra online e AFK, le azioni che svolgiamo e i pensieri che esprimiamo digitalmente esistono e hanno un proprio effetto sulle nostre esistenze offline.

 

Il femminismo glitch considera il genere binario come una costruzione precaria, astratta e aggressiva che, con una viralità tossica, infetta le istituzioni sociali e culturali. Questo significa che la tecnologia non è mai neutrale, ma riflette l’architettura di potere, pregiudizi e violenze che la società che l’ha prodotta impone alle soggettività considerate “diverse”. Per Russell, la diversità è ammessa dalle istituzioni normative «soltanto nella misura in cui è controllata e si sviluppa all’interno dello spazio concessole» e, nell’era digitale, questi spazi sono controllati da istituzioni  digitali – come i social network – che, per quanto stiano ridefinendo la cultura digitale, sono ancora estremamente fallaci.

 

La proposta del femminismo glitch non prevede l’abbattimento di queste istituzioni, ma piuttosto una forma di ribellione e occupazione strategica di questi spazi online quanto di quelli offline. Per rompere e lacerare la struttura binaria delle istituzioni è quindi necessario “hackerare il codice del genere” attraverso la pratica e l’essenza del glitch, che Russell descrive così:

Il glitch è un errore, uno sbaglio, una falla. Nella tecnocultura, il glitch è un aspetto dell’ansia meccanica, la spia che qualcosa è andato storto. Questo sentimento di angoscia per qualcosa che va storto straripa in situazioni AFK: la macchina che rimane in panne, restare bloccati in ascensore, un blackout in tutta la città.

Le nostre identità e i nostri corpi contengono moltitudini: quando ci mettiamo in ascolto, comunichiamo e facciamo esperienza della vita in maniera collettiva, ci troviamo ad avere, non uno, ma infiniti corpi. Sia online che lontano dalla tastiera, tutti i giorni ci troviamo a decidere come vogliamo posizionarci nel mondo attraverso i nostri corpi e i nostri avatar. Questo significa anche scegliere di quali messaggi vogliamo farci portatorə, oltre che curarsi di quali strumenti vogliamo utilizzare per comunicare le nostre idee. 

 

L’idea di incarnare un errore, considerato catastrofico, e rendere ciò che ci rende “sbagliatə” o “inutili” uno strumento per conquistare spazio nel mondo e costruire architetture al di fuori delle norme prestabilite, anche con una buona dose di anarchia, apre la mente a un universo di possibilità creative. Abbracciare ciò che ci rende un glitch significa non cercare di nascondersi o limitarsi a sopravvivere, ma vivere intensamente prendendosi autonomamente uno spazio d’espressione. Se il mondo è anche nostro, allora rifiutiamoci di funzionare per un sistema che non è stato costruito per il nostro benessere. Non aspettiamo che questo sistema ci comprenda o ci lasci spazio e voce, ma prendiamoceli sovvertendo questi meccanismi e creandone di nuovi. 

 

In questa rivoluzione culturale, le nuove tecnologie si dimostrano degli strumenti tramite i quali è possibile celebrare liberamente i corpi glitch e fare attivismo per ciò che lontano dalla tastiera è spesso invisibile e illeggibile. Senza, però, rimanere ciechi ai pregiudizi e alle violenze che attraverso questi stessi strumenti vengono perpetuate, ma guardare a questi malfunzionamenti come un’opportunità per rivelare le vene scoperte del pregiudizio. Manomettere criticamente la tecnologia per mostrarne le falle alla sua base è un’opportunità di rivolgere uno specchio alla società, offrendo un’apertura per immaginare nuovi mondi, in cui il diverso e l’improduttivo non siano considerati errori da correggere. 

 

Il potere di rinegoziare le proprie identità, i propri corpi, i modi e i mezzi con i quali ci esprimiamo accomuna il pensiero glitch alla pratica artistica, perché, ispirandoci a queste libertà, possiamo acquisire la capacità di immaginare al di fuori delle norme che ci regolano, e dare così forma al mondo in cui vogliamo vivere.

Bibliografia

And Where Is The Body?

Browsing through the Integrated Circuit.

in collaborazione con a.v.éc Dipartimento delle Arti di Bologna

9 maggio 2023

Genealogie del Futuro è stata ospite online del terzo appuntamento del ciclo di incontri del Graduate Student Workshop AVEC, dal titolo And Where Is The Body? Browsing through the Integrated Circuit. Tramite interventi interdisciplinari si è cercato di costruire un discorso collettivo per la riappropriazione del cyberspazio come luogo di esplorazione identitaria. 

 

Accompagnatə dalla lettura della Dichiarazione d’Indipendenza del Cyberspazio di John Perry Barlow, ə partecipanti sono statə invitatə a esplorare Frenesia, ClubVR, un luogo tra il reale e il virtuale ideato da @genesia_vr.

FRENESIACLUBVR: Virtual Glitching Bodies

Testo di Matteo Gari

performance di Genesia

Se il mondo è anche nostro, allora rifiutiamoci di funzionare per un sistema che non è stato costruito per il nostro benessere

La diffusione di tecnologie informatiche, Internet fra tutte, ha segnato profondamente diverse generazioni di nativə digitali nel mondo occidentale, che attraverso questi strumenti danno vita a vere e proprie culture e sottoculture che, negli interstizi della Rete, immaginano nuovi modi di costruire identità personali e collettive, in cui esperienze queer e non normative possono fiorire.

 

Purtroppo però la relazione tra le nostre vite e le tecnologie digitali che utilizziamo è ancora culturalmente vista alla luce del cosiddetto “dualismo digitale”: una concezione binaria della realtà che vedrebbe, opposte e totalmente separate, le esperienze vissute IRL (In Real Life) e quelle online, secondo una logica per cui queste ultime sarebbero una semplice illusione o simulazione della “vita reale”.

Dovremmo abbandonare questo fallace assunto, che vede il mondo online e quello offline come separati e distinti, a favore di una concezione di “realtà aumentata”. Questo punto di vista si contrappone all’idea, ormai obsoleta, di Internet ereditata dall’immaginario fantascientifico mainstream di fine anni Novanta – per esempio la serie cinematografica Matrix  che ritrae il passaggio dal mondo reale a quello virtuale come un ingresso in un’altra dimensione. La “realtà aumentata” rispecchia, invece, meglio le modalità contemporanee con cui le persone mescolano sempre di più i loro sé fisici: i loro avatar virtuali, al punto da rendere sempre meno rilevante qualsiasi tentativo di distinzione, tendono sempre più a divenire quei cyborg che Donna Haraway tanto auspicava.

 

Il problema del dualismo digitale diventa ancora più palese se si guarda al linguaggio comunemente utilizzato per discutere e definire le esperienze online. Il termine IRL veicola una nozione falsa e ormai antiquata del rapporto tra reale e virtuale, che implica due soggettività (una personalità online in opposizione a una offline) che agiscono autonomamente l’una dall’altra, e porta a considerare qualsiasi esperienza vissuta online come meno autentica e separata da quelle offline. Dunque, dovremmo riferirci all’offline chiamandolo AFK (Away From Keyboard, trad. lontano dalla tastiera), perché esprime l’idea di una soggettività che si muove in un flusso uniforme, che non si interrompe quando una persona si allontana dal computer, ma piuttosto si estende nella società lontana dalla tastiera.

Quando nel 1991 è stato lanciato per la prima volta il World Wide Web, il mondo digitale si prospettava come un possibile luogo avulso dalle problematiche di oppressione sociali discriminatorie basate su colore della pelle, etnia, capacità fisiche,  genere e orientamento sessuale. Proprio questa idea di uno spazio digitale che trascende fatti fondamentali della vita sociale rappresenta il culmine del dualismo digitale. La tecnologia non si può astrarre dalle strutture sociali che l’hanno generata. Se così non fosse, rischierebbero di scomparire, perché arbitrariamente escluse dal discorso, tutte le trasposizioni digitali delle forme di oppressione e diseguaglianza sociale a cui le soggettività non normative si trovano a dover subire online e offline. Il concetto di “realtà aumentata”, invece, rende chiaro come le politiche, le strutture e le disuguaglianze proprie del mondo fisico siano parte della «stessa essenza dell’universo digitale; un dominio costruito da esseri umani con storie, punti di vista, interessi, morali e pregiudizi» (Jurgenson, Digital Dualism and the Fallacy of Web Objectivity, 2011).

 

Nel 2020, la studiosa e curatrice Legacy Russell pubblica il libro Glitch Feminism. A Manifesto in cui, attraverso la sua esperienza intersezionale di donna nera e queer cresciuta nell’era digitale, sostiene che le tecnologie digitali, oltre a rendere possibili forme di espressione e interazione sociale inedite, siano in grado di minare il binarismo di genere alla base dei regimi capitalisti e patriarcali attraverso l’utilizzo del glitch, ossia una forma di errore intenzionale e una pratica di disobbedienza queer. 

Una delle idee portanti del femminismo glitch è che l’utilizzo dell’immaginazione e di pratiche creative allo scopo di «impregnare il materiale digitale di elementi fantastici» sia un meccanismo di sopravvivenza per le soggettività non normative. Molte donne, persone queer e razzializzate fanno spesso esperienza di Internet come uno spazio di sperimentazione utile a immaginare se stesse e un “futuro sostenibile”. Il fondamento del femminismo glitch è quindi questo: costruire, “attraverso la rottura” degli schemi del reale e del virtuale, nuovi mondi e spazi in cui prosperare e resistere alle limitazioni delle forme di espressione libere e non normative.

 

La dicotomia tra online e IRL pone limiti ai nostri corpi e alle nostre identità sulla base di un’idea di “vita reale” che esclude e ignora determinati mondi e modi di esistere, invece di espanderli e supportarli. Al contrario, la “realtà aumentata” consente alle nostre identità di essere manifeste nella propria potenzialità ed esistere oltre lo spazio digitale e, proprio in virtù di questo continuo riverbero tra online e AFK, le azioni che svolgiamo e i pensieri che esprimiamo digitalmente esistono e hanno un proprio effetto sulle nostre esistenze offline.

 

Il femminismo glitch considera il genere binario come una costruzione precaria, astratta e aggressiva che, con una viralità tossica, infetta le istituzioni sociali e culturali. Questo significa che la tecnologia non è mai neutrale, ma riflette l’architettura di potere, pregiudizi e violenze che la società che l’ha prodotta impone alle soggettività considerate “diverse”. Per Russell, la diversità è ammessa dalle istituzioni normative «soltanto nella misura in cui è controllata e si sviluppa all’interno dello spazio concessole» e, nell’era digitale, questi spazi sono controllati da istituzioni  digitali – come i social network – che, per quanto stiano ridefinendo la cultura digitale, sono ancora estremamente fallaci.

 

La proposta del femminismo glitch non prevede l’abbattimento di queste istituzioni, ma piuttosto una forma di ribellione e occupazione strategica di questi spazi online quanto di quelli offline. Per rompere e lacerare la struttura binaria delle istituzioni è quindi necessario “hackerare il codice del genere” attraverso la pratica e l’essenza del glitch, che Russell descrive così:

Il glitch è un errore, uno sbaglio, una falla. Nella tecnocultura, il glitch è un aspetto dell’ansia meccanica, la spia che qualcosa è andato storto. Questo sentimento di angoscia per qualcosa che va storto straripa in situazioni AFK: la macchina che rimane in panne, restare bloccati in ascensore, un blackout in tutta la città.

Le nostre identità e i nostri corpi contengono moltitudini: quando ci mettiamo in ascolto, comunichiamo e facciamo esperienza della vita in maniera collettiva, ci troviamo ad avere, non uno, ma infiniti corpi. Sia online che lontano dalla tastiera, tutti i giorni ci troviamo a decidere come vogliamo posizionarci nel mondo attraverso i nostri corpi e i nostri avatar. Questo significa anche scegliere di quali messaggi vogliamo farci portatorə, oltre che curarsi di quali strumenti vogliamo utilizzare per comunicare le nostre idee. 

 

L’idea di incarnare un errore, considerato catastrofico, e rendere ciò che ci rende “sbagliatə” o “inutili” uno strumento per conquistare spazio nel mondo e costruire architetture al di fuori delle norme prestabilite, anche con una buona dose di anarchia, apre la mente a un universo di possibilità creative. Abbracciare ciò che ci rende un glitch significa non cercare di nascondersi o limitarsi a sopravvivere, ma vivere intensamente prendendosi autonomamente uno spazio d’espressione. Se il mondo è anche nostro, allora rifiutiamoci di funzionare per un sistema che non è stato costruito per il nostro benessere. Non aspettiamo che questo sistema ci comprenda o ci lasci spazio e voce, ma prendiamoceli sovvertendo questi meccanismi e creandone di nuovi. 

 

In questa rivoluzione culturale, le nuove tecnologie si dimostrano degli strumenti tramite i quali è possibile celebrare liberamente i corpi glitch e fare attivismo per ciò che lontano dalla tastiera è spesso invisibile e illeggibile. Senza, però, rimanere ciechi ai pregiudizi e alle violenze che attraverso questi stessi strumenti vengono perpetuate, ma guardare a questi malfunzionamenti come un’opportunità per rivelare le vene scoperte del pregiudizio. Manomettere criticamente la tecnologia per mostrarne le falle alla sua base è un’opportunità di rivolgere uno specchio alla società, offrendo un’apertura per immaginare nuovi mondi, in cui il diverso e l’improduttivo non siano considerati errori da correggere. 

 

Il potere di rinegoziare le proprie identità, i propri corpi, i modi e i mezzi con i quali ci esprimiamo accomuna il pensiero glitch alla pratica artistica, perché, ispirandoci a queste libertà, possiamo acquisire la capacità di immaginare al di fuori delle norme che ci regolano, e dare così forma al mondo in cui vogliamo vivere.

Bibliografia

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L’associazione culturale no profit Genealogie del Futuro nasce nel 2021 a partire dal desiderio di generare nuove visioni interdisciplinari nell’ambito della cultura visuale contemporanea.

 

Come associazione nomade, promuove un’indagine critica sulla concezione del vivere contemporaneo, concependola come strumento di coesistenza e partecipazione intergenerazionale attiva.

 

Dal 2023 Genealogie del Futuro è anche un gruppo di ricerca editoriale informale, volto a indagare tematiche socio-politiche attuali.
Le riflessioni, che intrecciano la pratica curatoriale e artistica con altre branche disciplinari, sono raccolte e pubblicate nella piattaforma xenia.

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Per informazioni generali,  collaborazioni: info@genealogiedelfuturo.com

 

Per comunicati stampa, eventi: comunicazione@genealogiedelfuturo.com 

 

Per collaborazioni editoriali, proposte e articoli: redazione@genealogiedelfuturo.com 

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Laureata in Valorizzazione dei Beni Culturali e in Visual Cultures e Pratiche Curatoriali. Art Writer.

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Laureata in Visual Cultures e Pratiche Curatoriali. Writing contributor per magazine e piattaforme online di ricerca.

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Laureata in Economia e Gestione dei Beni Culturali e in Visual Cultures e Pratiche Curatoriali, scrive, è assistente editoriale web per Juliet Art Magazine e tesoriera di Genealogie del Futuro.

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Laureato in Visual Cultures e Pratiche Curatoriali, scrive, ha co-fondato, insieme a Genealogie del Futuro, l’associazione Sympoietic Society.

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Laureata in Arti, Design e Spettacolo e in Visual Cultures e Pratiche Curatoriali, ricercatrice e curatrice, collabora con istituzioni e associazioni di Milano e ha co-fondato, insieme a Genealogie del Futuro, l’associazione Sympoietic Society.

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Laureata in Graphic Design & Art Direction, studia Visual Cultures e Pratiche Curatoriali. Collabora con realtà artistiche come Graphic Designer.

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Laureata in Arti Visive indirizzo Pittura e in Visual Cultures e Pratiche Curatoriali. Scrive per testate giornalistiche e di ricerca.

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Laureato in Comunicazione e valorizzazione del patrimonio artistico contemporaneo a Torino e Visual Cultures e pratiche curatoriali a Milano. Co-fondatore di Genealogie del Futuro, editor, contributor e curatore indipendente.

Laureato in Arti, Design e Spettacolo e in Visual Culture e Pratiche Curatoriali. Art writer e curatore indipendente. Attuale presidente di Genealogie del Futuro.

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