Praticare la complessità: narrAzioni di coabitazione ecosistemica

di Deborah Maggiolo

La natura non è un luogo fisico in cui recarsi, non è un tesoro da custodire o conservare in banca, non è un’essenza da proteggere […] La natura non è un testo da decifrarsi in base ai codici della matematica o della biomedicina. Non è l’alterità che offre origine, materie prime e servizi. Né madre né curatrice, né schiava né matrice, la natura non è risorsa o mezzo per la riproduzione dell’uomo. E tuttavia la natura è un topos, un luogo, che nella sua accezione retorica indica uno spazio in cui si condensano temi condivisi: la natura è, strettamente, un luogo comune. (Donna Haraway, Le promesse dei mostri. Una politica rigeneratrice per l’alterità inappropriata, DeriveApprodi, 2019. Traduzione a cura di Angela Balzano.)

Fa spesso ricorso, nei discorsi dell’Occidente, questo termine “natura”: costrutto strumentale a definire l’alterità, consentendo un distacco da essa, risulta funzionale alla produzione di identità, in un processo di sottrazione negativa che mette in atto una precisa politica della rappresentazione. “Natura” è un concetto in sé manchevole e inesatto, un luogo comune, appunto, un’affermazione generalmente accettata come vera. Ma “natura” è anche un topos, la dimensione simbolica cui una collettività fa riferimento per ordinare ricordi e sedimentare memorie, per orientarsi nell’esperienza condivisa del mondo. Essa indica, dunque, il luogo della messa in comune, della creazione di senso partecipata. 

 

Simili suggestioni sembrano riecheggiare nell’opera di Yasmine Chiboub, Sintropoli. A partire dalla riflessione sullo specifico di un luogo – i campi presi in cura dall’APS IS CasciNet in collaborazione con l’associazione Soul Food Forest Farm Hub Italia nel quartiere Vigentino di Milano – l’artista ne sviluppa le capacità potenziali, in un racconto che, avventurandosi nei territori della fantascienza, propone la visione di un avvenire ipotetico. Decostruendo il binomio natura/cultura e unendo i concetti di utopia e sintropia, la narrazione speculativa si interroga sulle attuali modalità di abitare il mondo, suggerendo nuovi orizzonti di condivisione e inedite possibilità di vivere il / in comune.

Qui la “natura” si rivela essere, propriamente, un common, una risorsa naturalculturale accessibile a tutti i membri di un gruppo sociale. 

 

Sintropoli apre a uno scenario futuro in cui il cambiamento non è innescato né controllato dall’essere umano, ma da una forma di vita “altra”, che potrebbe altresì definirsi come una divinità topica. Nel vocabolario della lingua inglese del XVII secolo, le divinità topiche erano divinità locali, profondamente connesse a geografie e culture specifiche. E ci ricorda Donna Haraway che, tutt’oggi, «Di questi spiriti abbiamo bisogno» per ripopolare gli spazi comuni.

 

Nel racconto di Chiboub, Olorun guida il passaggio a un diverso stadio esistenziale: divenendo parte del suolo stesso lo rende fertile, idoneo a nutrire la mente umana e a consentirle di ibridarsi con le specie biotiche locali e con l’humusità biodiversa del terreno. Radicandosi al luogo, Olorun incoraggia l’intera specie umana a divenire-terra, ad abbracciare una dinamica trasformativa affermativa. La rigenerazione, insieme, di terra e individui – umani e non-umani – dà vita a un organismo articolato di cui prendersi cura, attivando alleanze e collaborazioni molteplici. Contro un’idea di progresso lineare e unidirezionale, la metamorfosi al centro della storia presenta un approccio alla complessità ecosistemica che fa della differenza il proprio punto di forza.

 

Sintropoli diventa così lo spazio immaginifico in cui innestare una visione di co-esistenza eccentrica. Qui si attualizza infatti l’utopia urbana del Parco della Vettabbia, che guidata dai principi dell’agroecologia trasforma quell’area in un bosco multispecie: un’agroforesta capace di ospitare forme di relazionalità simbiotica e autosussistente. 

 

Sintropoli, di cui si narrano le evoluzioni nei successivi brani del racconto, è dunque, simbolicamente, la città della sintropia, del modello biologico differenziale. Il termine greco polis definisce la città-stato dell’antica Grecia e, al tempo stesso, il modello politico adottato in quel preciso periodo storico: la politica (politikḗ) fa infatti riferimento all’attività di governo e alle forme di amministrazione assunte dal vivere collettivo. Sottintendendo originariamente la parola téchnē, la politica delinea altresì una possibilità, per la prassi artistica, di evocare configurazioni inedite nella costruzione e organizzazione delle città. E Sintropoli fa proprio questo: grazie alla sua proiezione visionaria illumina prospettive ancora inespresse, formulando ipotesi per un nuovo prototipo di abitare condiviso secondo un approccio situato e composito. Qui “natura” e “cultura” trovano la loro sintesi in un’ecologia integrata di ruralità e urbanizzazione.

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